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giovedì 27 maggio 2010

Il Jazz in Italia: dallo Swing agli anni '60, concerto di presentazione

Venerdi' 28 maggio all'Auditorium Parco della Musica di Roma il concerto di presentazione del secondo volume del critico Adriano Mazzoletti dal titolo "Il Jazz in Italia. Dallo swing agli anni Sessanta" (EDT) con la partecipazione di oltre 50 musicisti del jazz italiano, in un concerto che sarà trasmesso in diretta su Radio3 a partire dalle ore 21.
La storia del grande jazz italiano rivive per una sera all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Più di cinquanta musicisti si esibiranno venerdì 28 maggio alle ore 21 nella Sala Petrassi per presentare il nuovo libro di Adriano Mazzoletti, "Il Jazz in Italia. Dallo swing agli anni Sessanta", pubblicato da EDT.
Alla conversazione a più voci tra esperti di jazz italiano e non solo - Leone Piccioni, Marcello Piras, André Clergeat, Marco Santoro e naturalmente l’autore del testo, Adriano Mazzoletti - si alterneranno momenti musicali dedicati alla straordinaria stagione del jazz italiano dal secondo dopoguerra agli anni Sessanta.
Si esibiranno formazioni storiche riunitesi per l’occasione, come il Sestetto Dino & Franco Piana con Sandro Deidda, i Saxes Machine di Bruno Biriaco, il Trio Amedeo Tommasi-Giovanni Tommaso-Franco Mondini e la Nuova Roman New Orleans Jazz Band, alcuni fra i protagonisti di quegli anni, da Giampiero Boneschi, a Gianni Coscia, a Carlo Loffredo, e artisti della scena attuale come Enrico Pieranunzi (anche in veste di musicologo e autore dell’introduzione al volume), Rosario Giuliani, Ramberto Ciammarughi, Franco Piana, Luca Begonia e il Quintetto Swing di Emanuele Urso. La St. Louis Big Band diretta da Antonio Solimene infine renderà omaggio all’opera di Piero Piccioni con la voce della figlia Valentina e Marcello Rosa al trombone.
A Piero Angela il compito di introdurre la serata, alternando le digressioni degli esperti ai brani, tra swing, dixie e jazz di oggi.
Per ascoltare in diretta il concerto clicca qui.

È il 1943: mentre dalla Sicilia le truppe americane risalgono lo Stivale, liberandolo dal nazifascismo, il jazz si afferma definitivamente come la musica del momento nelle sue varianti – dai solisti nei piccoli club alle grandi orchestre, dell’EIAR prima e della RAI poi. Attraverso la radio, artisti come Piero Piccioni, Armando Trovajoli, Oscar Valdambrini, Giampiero Boneschi e Gianni Basso portano definitivamente il jazz nelle case italiane. Adriano Mazzoletti, in questo secondo volume de Il Jazz in Italia, soppesa e descrive gli eventi che nei tre decenni dal ’35 al ’65 circa hanno plasmato il suono italiano: attraverso ritagli di giornale, carteggi privati, archivi pubblici e ordini di servizio, programmi radio, film, registrazioni di concerti e molti altri documenti, Mazzoletti mette in risalto l’abilità di quei musicisti-pionieri, che nel dopoguerra hanno saputo declinare il linguaggio del jazz rispetto alla canzone e alla musica “ufficiale” unendo il gusto per la melodia allo swing americano. Nei due tomi che compongono il volume c’è spazio anche per la storia recente d’Italia, dalla Liberazione alle prime elezioni del ’48 fino agli anni Sessanta della DC. Scorrono le vicende musicali e non solo delle grandi città come Roma (capitale del cinema, e quindi delle colonne sonore), Milano (epicentro dell’editoria musicale), Torino (sede della grandi orchestre), ma – per la prima volta – viene pesato l’apporto della provincia, ben più di una semplice periferia jazz dell’impero. È in centri come Perugia, Pescara o Verona infatti che negli anni ’70 nasceranno i grandi festival, destinati a durare negli anni, mentre è nell’area americanizzata di Trieste (il famoso TLT – Zona A) o durante la Liberazione nel Foggiano, da cui partivano gli aerei statunitensi, che il jazz italiano può confrontarsi liberamente con quello d’Oltreoceano.
Parallelamente a tutto questo, Mazzoletti compila un poderoso apparato di scritti altrui, documenti d’epoca, indici di consultazione. Una vera e propria geografia del jazz italico, utile per districarsi nel ramificato mondo dei nomi, delle orchestre e della critica del periodo, che attraverso la carta stampata ha esercitato un ruolo basilare nello sviluppo e nella crescita di un suono, quello italiano, oggi riconosciuto internazionalmente a livelli di eccellenza.

Per acquistare il libro dal sito Internet Book Shop è possibile visitare questo indirizzo.

mercoledì 26 maggio 2010

Renzi, D’Amato, De Federicis: domenica 30 maggio tre abruzzesi suoneranno alla Carnegie Hall di New York

Notizia tratta dal sito www.lopinionista.it
Domenica prossima, 30 maggio, presso la prestigiosa Carnegie Hall di New York, saranno presentati in concerto tre musicisti abruzzesi, ben noti per la loro attività concertistica a livello internazionale, Marco Renzi (compositore, arrangiatore, direttore d’orchestra), Bepi D’Amato (clarinetto) e Mauro De Federicis (chitarra).
Marco Renzi è il fondatore e direttore stabile della Italian Big Band, della quale Bepi D’Amato e Mauro De Federicis sono sempre stati i solisti principali. Marco Renzi e Bepi D’Amato (quest’ultimo considerato uno dei più grandi clarinettisti di Jazz viventi da alcuni musicisti di fama internazionale come Buddy De Franco, Jon Faddis, Dee Dee Bridgewater, Gary Smulyan), negli ultimi anni hanno portato nel mondo le più belle melodie italiane di ogni tempo, arrangiate da Renzi in stile americano per l’organico della big band.
I due musicisti hanno performato numerosi concerti (Renzi come direttore, D’Amato come solista) in Germania, Emirati Arabi Uniti, Romania, Grecia, Brasile, Taiwan, Stati Uniti, spesso con ospiti del calibro di Dee Dee Bridgewater o Jon Faddis, e tenuto masterclasses in varie università statali e private in Germania (University of Mannheim) e Stati Uniti: De Paul University e Columbia College a Chicago, Western Illinois University a Macomb, IL, Georgia State University ad Atlanta, University of Colorado a Boulder, University of Utah a Salt Lake City etc.
Proprio con la Western Illinois University Orchestra, Marco Renzi e Bepi D’Amato si esibiranno domenica prossima 30 Maggio 2010 a New York, in una delle sale da concerto più importanti ed ambite (dai musicisti!) del mondo, accompagnati per la grande occasione anche da Mauro De Federicis, chitarrista di grande esperienza internazionale (solista con la Italian Big Band sin dalla sua fondazione nel 1993), ben noto per la sua grande sensibilità e versatilità, che gli consentono di spaziare dal Jazz alla musica leggera, dal pop al tango in tutta facilità.
Significativa per De Federicis la sua collaborazione, negli ultimi anni, con Milva, con la quale ha lavorato nei più importanti teatri del mondo. Come è noto, pochi grandissimi musicisti classici italiani hanno avuto il privilegio di dirigere o suonare alla Carnegie Hall, ma nessun musicista italiano era ancora riuscito a dire (suonare) la sua in Jazz nella mitica sala da concerti di New York; ebbene, i primi italiani a suonare Jazz alla Carnegie Hall saranno Marco Renzi, Bepi D’Amato e Mauro De Federicis, naturalmente con l’approvazione del Direttore Artistico (del settore Jazz), un certo signor Wynton Marsalis.

Presentazione del libro "Bitches Brew Genesi del capolavoro di Miles Davis"

Venerdì 28 Maggio alle ore 18:30 presso la Libreria Mondadori di Mirano (VE), Enrico Merlin e Veniero Rizzardi presentano il libro Bitches Brew. Genesi del capolavoro di Miles Davis.
Il libro scritto da Veniero Rizzardi e Enrico Merlin è un viaggio attraverso la “svolta elettrica” di una delle figure carismatiche della cultura del’900, attraverso ascolti guidati, aneddoti e racconti. Si tratta di un viaggio nel mondo di Miles Davis partendo da un suo album che ha segnato un epoca, un disco che è diventato il manifesto della filosofia sonora che sta dietro a tutto il movimento, punto di arrivo della sperimentazione modale e trampolino per nuove sperimentazioni sul versante dell’improvvisazione, dell’organizzazione del materiale musicale e di innovative tecniche di studio.
“The Sorcerer”, “The Prince Of Darkness”, “Dark Magus”, “Black Devil”, sino a “Il Picasso Del Jazz”, questi invece gli appellativi attribuiti a Miles Dewey Davis III (1926 – 1991), leader e catalizzatore di talenti.
Mentre si ripulivano i prati di Woodstock, Miles Davis portò in studio un’”orchestra” senza precedenti: tredici solisti con chitarre e tastiere elettriche, quattro percussionisti, un clarinetto basso, un sax soprano. Con qualche appunto sulla carta e dopo solo una serata di prove, in tre mattine si registrò un disco la cui portata storica fu subito chiara.
Fin dalla sua pubblicazione, “Bitches Brew” ridefinì il campo della musica contemporanea e influenzò intere generazioni di musicisti e di ascoltatori.
Era ancora “jazz”? Molti parlavano del capostipite di un nuovo genere musicale che fondeva le sottigliezze improvvisative del jazz con l’energia del rock. Ma la vera, inaudita novità stava nelle proporzioni, nel respiro formale di brani insolitamente estesi per venti e più minuti, frutto di un sapientissimo lavoro di postproduzione. Visionario, psichedelico, progettato come un’opera musicale innovativa e allo stesso tempo pianificato come un grande successo commerciale, “Bitches Brew” fu il risultato di una serie di esperimenti durati alcuni anni, durante i quali la visione artistica di Miles entrò in una fruttuosa tensione con gli interessi del suo editore, ma potè contare sempre sulla sottile mediazione del produttore-compositore Teo Macero. Consultando per la prima volta un corposo materiale d’archivio, e grazie all’accesso ai nastri di lavoro conservati presso la Columbia, Enrico Merlin e Veniero Rizzardi ricostruiscono la genesi dell’album.

lunedì 17 maggio 2010

Marcus Miller in tour rivisita Tutu

Il celebre album di Miles Davis Tutu, pubblicato nel 1986, che prende il nome dall'Arcivescovo sudafricano Desmond Tutu, fu un punto di svolta nella carriera del trombettista. Il materiale riccamente arrangiato di questo album e del suo seguito Amandla servirono a ridefinire il sound di Davis per l'atto finale di una lunga carriera di crescita e di trasformazione. Prodotto dal bassista Marcus Miller, che era stato un membro della band di Miles quando questi venne fuori dal ritiro degli anni '80, Tutu fu ampiamente riconosciuto come uno dei grandi dischi jazz contemporanei degli anni '80 con un suono potente e una musica che sfida le categorizzazioni.
Lo stesso Miller sta per avviare un tour con il quale rivisiterà la musica di questo strardinario album. Il tour toccherà anche l'Italia nel mese di luglio, con tre tappe rispettivamente a Perugia (per Umbria Jazz) l'11, a Fano il 25 ed a Teano il 27. Miller sarà accompagnato da una formazione composta da Christian Scott - tromba, Alex Han - sassofono, Federico Gonzalez Pena - tastiere e Louis Cato - batteria.
Il sito della rivista JazzTimes ha recentemente pubblicato una bella intervista al grande bassista.
Ecco un estratto dell'intervista:
On Tutu, I hear your sound as much as I hear Miles, but the record was a collaboration and it involved lots of other people. Can you separate out what you did or is that impossible?
I can actually hear my thing because I really had started to come into my own, composition-wise especially. I remember Miles telling me, “Hey, you’re in that period, recognize it and write as much as you can, because they come and go.” He said the same thing to Wayne [Shorter] way back. I definitely hear the things I discovered harmonically that seemed to work well for Miles, for his vibe and spirit. That’s what I’m trying to do when I’m producing or writing for somebody—to find where their spirit is at and do something appropriate for them.
The record certainly has had legs and gets used for all sorts of things. Several years ago, I heard it in a play in San Francisco, where it was used as a motif to introduce a dramatic confrontation between Asian-American actors from two different generations.
I really like that it was in a story about intergenerational relationships because for me that’s what Tutu was. It was me and Miles and all his history, how was he functioning in the modern world, which was the ’80s at that time. To me, it was about Miles carrying his history forward to the ‘80s and to the streets of New York in that environment. So it’s nice that somebody maybe subconsciously picked up on that.
As big a record as it was, I’m not sure I’ve heard its influence directly on other albums. It’s as if it’s just too singular to even emulate. Have you heard any things out there that make you go, “Hey, I recognize that sound…”?
Yes, I heard a million of them, but more in contemporary jazz where you’d hear muted trumpet and ethereal chords. I heard that a lot. Most of the time it wasn’t quite it. Then in smooth jazz, they did their version of it too.
You didn’t mind though, right?
No, to me, that’s a compliment. It was beautiful. Now the hard part was when people would send me their demos, saying, “Can you help me get a record deal?” But the music [on the demo] was a version of that. I was like, dude, this exists already. You’ve got to find something new to say, which is really hard.
Is it the one record that you’re most proud of?
Yes, it definitely feels special. It was my first time sitting shoulder to shoulder with Miles and working on music that I had written for him. I had been in his band for a couple years, but this was a completely different kind of relationship and a lot of responsibility. When it was released, it was the first time for a lot of people hearing that sound, which is very familiar now, but it was a different thing at the time. You can’t recreate your first time, so, yes, this one does stand out for me.
Did you have any hesitation in doing a tribute or a revisited project? You know more than anyone that Miles wasn’t much for that sort of thing, looking backward.
They were having this huge Miles Davis exhibit in Paris in a museum. It was gorgeous. It was very well done. And they asked me at the end of the exhibit run, if I would be interested in performing Tutu in its entirety. I thought, “I’m not sure I’m excited about that and I don’t think Miles would be excited about that.” But initially when Miles passed, I didn’t feel that the attention paid to his passing was great enough. Me, being in France a lot, I saw how he was treated so much bigger over there. But America’s different. Over time, that changed some, but I wanted to do something myself for Miles. And I was thinking, “What can I do?” I thought, “You know what would be nice is if I got all these young musicians who were barely even born when Tutu came out and have them attack this sucker and change it and create something new with it.” That would be a way that Miles would be into it and would get me excited as well....
Per leggere il resto dell'intervista clicca qui.

Ecco il video di Full Nelson, ripreso Live at Billboard in Giappone il 15.9.2009

E' morto Hank Jones

Un altro grande del jazz se ne è andato, il grande pianista Hank Jones è deceduto ieri a New York all'età di 91 anni.
Jones era conosciuto per il suo tocco delicato e per la straordinaria abilità sia nel suonare delicate ballad che nel sostenere ritmi più veloci.
Jones fece il suo debutto nel 1944 a New York come accompagnatore del trombettista Oran "Hot Lips" Page all'Onyx Club sulla 52nd Street, e da allora ha pubblicato centinaia di registrazioni suonando con leggende quali Charlie Parker, Ella Fitzgerald, Artie Shaw, Benny Goodman, Coleman Hawkins, Ben Webster e Billie Holiday e suonando dal vivo nei contesti più differenti, dai locali e jazz club fino ai teatri di Broadway.
Tra gli innumerevoli premi vinti da Jones nel corso della sua carriera va segnalato il Premio Grammy alla carriera vinto lo scorso anno, oltre alla National Medal of Arts e the National Endowment of the Arts' Jazz Masters Award.
Il critico ed autore Howard Mandel ha pubblicato uno straordinario ricordo di Hank Jones sul suo splendido blog Jazz Beyond Jazz riprendendo un articolo con intervista del 2009:
Pianist Hank Jones is a courtly gentleman of the old school, who wears a coat and tie for an interview conducted in his own lodgings and is forthright about his approach to music in the 21st century.
"I try to play evenly," Jones says with genuine humility about his style, which is widely regarded as maintaining the highest standard for keyboard playing in the contemporary vernacular. "I don't take too many excursions, I don't go too far away from the melody, I don't go out in the deep water. I want the listener to understand what I'm doing. I try to stay pretty much right down the middle and yet keep it interesting."
In these efforts he has succeed magnificently, though he understates the depths he's mastered -- as well as the progressive broadening as well as continuity of what's "right down the middle" of jazz that he has established and documented in more than 450 recordings under his own leadership and with the greatest vocal and instrumental stars from the '40s through today. At age 91, Hank Jones is universally acknowledged to be what his frequent collaborator Joe Lovano calls "a treasure": a man of experience who embodies the wit, warmth, elegance, swing, sagacity, ongoing productivity and open-minded creativity we hope for from all artists and too rarely find. Besides the respect -- no, awe -- of his colleagues and international audiences, Jones has been the recipient of numerous honors, being designated a Jazz Master by the National Endowment for the Arts, given a Grammy Lifetime Achievement Award and now inducted into Down Beat's Hall of Fame.
The pianist takes this all in stride (pun intended) as befits a man who began professional life at age 13 under the esthetic sway of Fats Waller, Art Tatum, Earl "Fatha" Hines and Teddy Wilson. "I'm just trying to keep up with the other guys," he insists, those "guys" being the pianists he's known and admired. His conversation is laced with references to the late Oscar Peterson, Erroll Garner, Bill Evans Tommy Flanagan and John Lewis, as well as George Shearing, Barry Harris, Marian McPartland and diverse next-generation players. But one wonders: Who can keep up with Mr. Jones?
His schedule of bookings is the envy and would be a challenge for much younger musicians. When he sat down to talk for an hour in the comfortable but unfussy apartment he sublets in Manhattan while his home in Cooperstown, New York undergoes long-term renovations, he was in preparation for a concert in The Hague with the Metropole Orchestra. He was scheduled to perform in July in Donostia-San Sebastian, Spain, fronting his trio with bassist George Mraz and drummer Willie Jones III, as well as at the San Sebastian Jazz Festival in duet with Lovano (they issued Kids: Duets Live at Dizzy's Club Coca-Cola in 2007).
He and Lovano are performing at George Wein's reconstituted Newport Jazz Festival, and in Monterey with a co-led quartet completed by bassist John Patitucci and drummer Brian Blade. Jones is also the guest of honor at the 30th Detroit International Jazz Festival, which has built its Labor Day weekend programming around the theme "Keepin' Up with the Joneses: A nod to Thad, Elvin and Hank, and a celebration of other family dynasties."
While it's accurate to describe Hank Jones as a titan of a dynasty, and he grew up with musical parents and siblings, his status does not rest on the achievements of a family band. Rather, he is a "patriarch of the Detroit piano legacy," as the pianist Geri Allen, a fellow Detroit-area native and one of Jones' most ardent followers, puts it. Hank worked only occasionally with his younger brothers Thad and Elvin, innovators of big band composing and traps drumming, respectively, over the course of their parallel careers. They're deceased -- Thad since '86, Elvin since 2004 -- and Hank misses them, of course, speaking enthusiastically about their unique sounds. "I'd rather listen to what they do than play myself," he mentions. But Hank Jones doesn't live in the past so much as the present and foreseeable future. He knows who he is, where he's come from, what he's done and how to continue.
"You've got to live your age," he says -- wisdom that has many possible interpretations, but seems to mean to him mostly that time travels on and if we're lucky, we go with it. He's been lucky and isn't about to stop.
"It takes a lot of concentration," Jones continues, in response to a comment that he seems to be capable of every opportunity, collaboration and repertoire directed his way. "If there's any secret -- and I don't think there is -- it's certainly that: Whatever you're doing, give it 100 per cent concentration. Really focus on that thing. That's what I believe, that's what I have to do.
"I took that idea, I think, from my father, one of the most upright men I've ever known. He used to play a little guitar around the house, not professionally, but he served as a great role model. He was a clean living person. He didn't drink or smoke, and he was a Christian. I've followed his way of doing things, and it's worked out pretty well for me.
"You see, there is no magic involved in playing the piano. It takes hard work, continuous hard work. Whatever skills are involved, it's a matter of practice. You can never say reach a point where you don't think it's necessary to practice anymore. It's always necessary to practice everyday. If you can do that, then you can maintain whatever skills you have, and perhaps even increase your skills. To me, that's the only way to do it.
"That's something I learned over time. At first I hated to practice. My mother had to threaten me, saying 'Either you practice or you don't have dinner.' At that time, I practiced because I had to. I practice now because I want to. And it's been that way for many years -- a minimum of two hours a day. If I have more time I'll spend more time. If I'm working on something specific, like songs I'm going to be playing, I'll spend a lot more time. I work on technical things like scales and exercises, then combine them with the tunes I'm going to be playing that I may be learning. I can spend eight hours at the piano easily, and not even know where the time went.
"A performance depends on how much I practice. It works that way. If you want to be able to do the things you want to do, you have to practice. Then the performance comes easy. I think if you're really going to play to your best, in any style, you have to be aware of what your fingers are doing. Your fingers have to be in shape or you can't play anything. That's why it's necessary for me to practice. I feel that in order to do anything -- certainly to play my own ideas -- I have to practice. Otherwise I can't execute properly."
Per leggere il resto dell'articolo visitate questo indirizzo.

Ecco un video dell'Hank Jones Trio at the Brecon Jazz Festival in 1993, dove presenta una strepitosa versione di Recordame

venerdì 14 maggio 2010

Mary J. Blige sarà Nina Simone sul grande schermo

La grande sacerdotessa del soul sta per arrivare sugli schermi con il volto di Mary J. Blige, che ha firmato per interpretare il ruolo di Eunice Kathleen Waymon, al secolo conosciuta con il nome di Nina Simone. Pianista, cantante, compositrice, Simone è nota soprattutto per la sua estensione vocale unica, che riusciva a toccare corde baritonali e da soprano, una qualità che rendeva la sua musica inconfodibile. Anche se i più la conoscono per il suo contributo alla musica jazz, Simone è nata come pianista classica e non amava essere etichettata. La sua vita non è stata semplice, nata nel 1933 e scomparsa nel 2003, è stata protagonista, come altri artisti della sua epoca, nella lotta per i diritti civili, ma Nina ha dovuto battersi anche contro altre avversità, più insidiose, come il bipolarismo che l'ha tormentata per tutta la vita.
Il film, che dovrebbe intitolarsi Nina, adattato e diretto da Cynthia Mort, si basa sull'autobiografia della cantante, I Put A Spell On You, pubblicata nel 1992, ed esplorerà la sua relazione con il suo assistente Clifton Henderson, che avrà il volto di David Oyelowo (L'Ultimo Re di Scozia). I costi di produzione si aggirano intorno ai dieci milioni di dollari e verranno sostenuti dalla Endeavor's Global Finace & Distribution di William Morris che finanzierà il progetto in collaborazione con gli Ealing Studios; il biopic comincerà la produzione esecutiva a settembre in Francia.

giovedì 13 maggio 2010

Rava suona Gershwin on line su Magazzini Sonori

Appuntamento con la musica per l'ultimo progetto musicale del trombettista Enrico Rava 'Parco della Musica' Jazz Lab, realizzato nell'ambito di Crossroads 2010- Jazz & altro in Emilia Romagna. Il concerto sara' trasmesso in differita sul sito Magazzini Sonori, portale musicale della Regione, per la rassegna Magazzini Break, mercoledi' 19 maggio alle 17. 'Rava suona Gershwin' il titolo della rivisitazione dei brani piu' suggestivi del songbook del celebre compositore americano.
Rava concentra le sue energie su progetti musicali selezionati, di cui l'ultimo e' proprio il 'Parco della Musica' Jazz Lab, formazione da lui creata e diretta, che nel corso del biennio 2010-2011 sara' chiamata a creare una serie di programmi musicali con la partecipazione di ospiti di volta in volta diversi.
Per questo primo programma ospiti d'eccezione Gianluigi Trovesi (clarinetto) e Gianluca Petrella (trombone). La trasmissione e' curata dall'Agenzia informazione e ufficio stampa della Giunta regionale e dai tecnici di Aicod (Parma). Il concerto e' stato registrato il 20 aprile scorso al Teatro dell'Osservanza di Imola.
Per ascoltare il concerto basterà collegarsi alla home page di Magazzini Sonori e avere installato Adobe Flash Player.
La trasmissione sarà diretta da Cinzia Leoni (Agenzia Informazione e Ufficio Stampa della Giunta regionale) e curata dai tecnici di Aicod.

mercoledì 12 maggio 2010

Summer Jazz Workshop

Diciottesima edizione del Summer Jazz Workshop, il seminario di didattica jazz organizzato da Veneto Jazz e in programma a Bassano del Grappa (Vicenza – Italy) dal 12 al 23 luglio 2010.
Firmato in collaborazione con la Regione del Veneto e con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Bassano del Grappa, ospita ogni anno centinaia di studenti provenienti da ogni parte del mondo che scelgono di perfezionarsi con alcuni dei migliori docenti internazionali, selezionati fra gli illustri insegnanti della Faculty della New School for Jazz and Contemporary Music di New York, un'istituzione nel settore.
Il corso prevede lezioni di tecnica strumentale, teoria, arrangiamento, pratica di gruppo e Big Band, ma anche jam session nei locali e concerti in pubblico. E grazie ad una borsa di studio di 20.000 dollari messa disposizione dalla scuola, i più meritevoli possono volare a New York, un'ulteriore opportunità che ha già lanciato molti musicisti emergenti, oggi professionisti con proprie pubblicazioni e band.
Veneto Jazz è inoltre diventata la struttura di riferimento in Europa per le audizioni alla New School, che quest'anno si terranno sabato 24 luglio a Bassano.
Le lezioni saranno tenute dai famosi insegnanti Adam Holzman (pianoforte), Dave Glasser (sassofono), Cameron Brown (contrabbasso), Dave Strayker (chitarra), Amy London (canto) supportata dall'italiana Francesca Bertazzo, Jeffrey Hirshfield (batteria). In via di definizione l’insegnante di tromba.
Per informazioni: www.venetojazz.com

Antirazzismo e Arte. Ritratti di Nina Simone di Chiara Cinelli

Venerdì 30 aprile alle ore 18.30 presso le Scuderie Granducali di Palazzo Mediceo a Seravezza (Lc), si inaugura la Mostra Antirazzismo e Arte. Ritratti di Nina Simone di Chiara Cinelli. L'iniziativa è realizzata con il patrocinio e contributo del Comune di Seravezza, della Fondazione Terre Medicee, della Provincia di Lucca, con la collaborazione dell'Auser Seravezza. Il progetto è dedicato a Nina Simone, musicista impegnata nella lotta per la difesa dei diritti per l' uguaglianza dei neri, amica e sostenitrice di Martin Luther King, autrice del celebre brano Mississipi Goddam, inno contro i soprusi razzisti dell'epoca. La mostra resterà aperta fino al 29 maggio con orario 15 - 19.30, chiuso il lunedì.
Le opere e le iniziative di Chiara Cinelli, insieme ad Anna Galetta, Cinzia Biagiotti, Andreas Faoro, Francesca Rizzetto, Michela Lombardi, testimoniano come l'arte contemporanea, in tutte le sue forme, pittoriche, letterarie, video musicali, possa avere un ruolo fondamentale nell'impegno e nella denuncia di problematiche sempre attuali, quali la discriminazione razziale e l'emancipazione femminile, testimoniate dalla vita della musicista afroamericana Nina Simone. Il gruppo di artisti unito da una complicità artistica intorno ad un progetto vuole continuare ad innescare un percorso di cambiamento che si apra all'arte e alla cultura per ridare valore alla relazioni fra diverse identità ricordando chi, come Nina Simone, ha fatto del proprio linguaggio un mezzo per aprirsi al mondo.
L'insieme delle proposte del progetto Antirazzismo e Arte mette in evidenza come la differenza di genere si ritrova nella quotidianità e le diversità sessuali si articolano, in ogni società, in comportamenti che sono ritenuti appannaggio dei due sessi, comportamenti che vengono condivisi come maschili o femminili dal gruppo sociale di riferimento.
Anna Galetta espone Scatti Rubati, fotografie dedicate al tema dell'emarginazione e razzismo, Cinzia Biagiotti presenta sabato 8 maggio il Literary Workshop Scrittrici afroamericane, discriminazione razziale e la musica di Nina Simone, realizzato dal gruppo di 7 studenti del corso di Lingua e Letteratura Angloamericana dell' Università di Pisa, a seguire il 15 maggio Adreas Faoro e Francesca Rizzetto con UNLab UrbanNetWorkLaboratory - Zooming, Displacement, Media_Space, 360°, il 22 maggio Michela Lombardi propone il concerto Shades of Nina. I colori e le sfumature del canto di Nina Simone.
Per informazioni www.ninasimone.it.
La discriminazione di genere è un fenomeno profondamente radicato nella nostra società. Nonostante i molti sforzi per ridurla, rappresenta un problema attuale e di difficile soluzione. Nel 1985, un gruppo di artiste femministe, esposero alla mostra "An International Survey of Painting and Sculture" al MoMA di New York (che includeva 169 artisti di cui soltanto 13 donne) e in quel contesto fondarono le Guerrilla Girls. Da allora hanno iniziato con il loro lavoro e le loro opere a denunciare la discriminazione sessista nel mondo dell'arte, della politica, della letteratura… usando l'umorismo per trasportare le informazioni e provocare discussioni. Nel pensiero comune l'arte è fatta da uomini e la donna è musa ispiratrice che non partecipa alla creazione dell'arte, né tanto meno alla sua cura o diffusione, l'essere donna non è considerato come un aspetto culturale. L'esperienza delle Guerrilla Girls mi ha fornito lo spunto per realizzare questo nuovo progetto artistico, volto a far comprendere la differenza sessuale come un fatto culturale.
Proprio questa percezione delle donne che si limita a quella di volti e corpi misteriosi da dipingere, soggetti ritratti e non soggetti ritraenti, è stato il motivo che mi ha dato l'Idea per i Ritratti di Nina Simone, pensati non come ritratti di una musa ispiratrice, ma di una donna ispirata che partecipa attivamente alla produzione dell'arte, della coscienza di genere e quindi della cultura. La canzone "Four Women" scritta da Nina Simone, ci consegna il ritratto della condizione femminile afroamericana: quattro personaggi di donna, accomunati da una condizione di doppia discriminazione razziale e sessista. Ho quindi chiesto a due donne, Alessandra Trabucchi e Serena Cinelli, di curare e realizzare con me un tributo a Nina Simone ed in particolare a questa canzone, che divenne un inno del movimento femminista afroamericano. L'idea: chiamare ed invitare quattro artiste, quattro donne, a realizzare quattro differenti progetti e lavori artistici espressi in quattro diverse arti, Fotografia, Letteratura, Video arte e Musica.
Anna Galetta con Scatti Rubati, fotografie dedicate al tema dell'emarginazione e razzismo; Cinzia Biagiotti con Literary Workshop Scrittrici afroamericane, discriminazione razziale e la musica di Nina Simone, realizzato da un gruppo di sette studenti del corso di Lingua e Letteratura Angloamericana dell' Università di Pisa; Francesca Rizzetto con UNLab UrbanNetWorkLaboratory con quattro video - Zooming, Displacement, Media_Space, 360°; Michela Lombardi con il concerto evento Shades of Nina. I colori e le sfumature del canto di Nina Simone.
Il loro lavoro, unito al mio di Pittura, ha prodotto il ritratto di una grande donna, cantante, pianista, scrittrice e attivista per i diritti civili, che ha combattuto con le straordinarie armi della propria musica e della propria voce. - Chiara Cinelli, Luisa Lorenzoni

Ed ecco un video di Nina Simone dal vivo che presenta la celebre Mississippi Goddamn

martedì 11 maggio 2010

Orsara Musica Jazz Festival 2010 Aperte le iscrizioni ai Seminari internazionali del Festival

Notizia tratta dal sito Puglialive.net:
Torna dal 3 all’8 agosto Orsara Musica Jazz Festival, giunto alla 21esima edizione, e torna la ricca sezione del festival dedicata ai seminari di musica jazz che dal 3 all’8 agosto 2010 propone masterclass condotti da Billy Harper, David Weiss, Lucio Ferrara, Silvia Donati, Greg Burk, Marco Panascia e Luca Santaniello.
I seminari di Orsara Musica Jazz Festival 2010 sono realizzati in collaborazione con Premio Internazionale Massimo Urbani e Lagos Jazz Festival.
Orsara Musica Jazz Festival, che si terrà dal 3 all’8 agosto 2010 ad Orsara (FG) - la cittadina pugliese insignita di recente della certificazione Cittaslow di Slow Food e della Bandiera Arancione, il marchio di qualità turistico ambientale del Touring Club Italiano - è il festival jazz più longevo della Puglia, dal 1990 propone concerti, seminari, attività divulgative, conferenze e interazioni fra differenti espressioni artistiche.
Ormai da alcuni anni la manifestazione si caratterizza come luogo di pratica musicale e riflessione sull'improvvisazione e i seminari sono tra i punti di forza dell’Orsara Musica Jazz Festival.
Il Festival punta infatti ad arricchire le proprie attività offrendo attività complementari alla fruizione passiva degli eventi di spettacolo attraverso attività seminariali residenziali che raccolgono docenti ed allievi dall’Italia e dall’estero.
I corsi attivati quest'anno - Sax, Tromba, Chitarra, Contrabbasso, Batteria, Piano, Canto, World Air Training - coinvolgono musicisti di fama internazionale quali Billy Harper, David Weiss, Lucio Ferrara, Silvia Donati, Greg Burk, Marco Panascia, Luca Santaniello e rappresentano una straordinaria occasione per entrare nel mondo del Jazz attraverso la guida e l'esperienza di personalità che ne hanno fatto la storia del Jazz mondiale.
I seminari:
Billy Harper (Sax, Combo) Masterclass: Lavorare con i grandi batteristi: Art Blakey, Elvin Jones, Max Roach;
David Weiss (Batteria, Combos) Masterclass: The Music of Wayne Shorter;
Lucio Ferrara (Chitarra, Combos);
Silvia Donati (Canto, Combos);
Greg Burk (Piano, Combos) Masterclass: World Music Air Training;
Marco Panascia (Contrabbasso, Combos) Masterclass: La ritmica e L’interplay;
Luca Santaniello (Batteria, Combo) Masterclass: La ritmica e L’interplay.
Per informazioni sui Seminari e sul festival: www.orsaramusica.it

domenica 9 maggio 2010

Mary Lou Williams Women in Jazz Festival

Dal 20 al 22 maggio, il Kennedy Center di Washington presenta l'annuale Mary Lou Williams Women in Jazz Festival, giunto quest'anno alla 15a edizione.
Quest'anno in onore del 100° anniversario della nascita di Mary Lou Williams, questa edizione del Women in Jazz Festival mette in evidenza le composizioni e gli arrangiamenti della stessa Williams. Il gruppo vocale della Howard University "Afro Blue", aprirà il concerto di ogni serata con un lavoro vocale di Mary Lou Williams, organizzato dal direttore artistico, Connaître Miller.
Dee Dee Bridgewater e la batterista Terri Lyne Carrington presenteranno ogni sera dei concerti che metteranno in mostra musicisti di sesso femminile che seguono le orme della sublime Mary Lou Williams. I concerti saranno registrati e trasmessi nella trasmissione radiofonica della Npr, JazzSet.
Il concerto di apertura giovedi, 20 maggio, presenta un quintetto di all-star composto da Dee Dee Bridgewater, Geri Allen, Terri Lyne Carrington, Esperanza Spalding, e Grace Kelly, più un concerto della vincitrice del concorso Women in Jazz Competition del 2009, la pianista Carmen Staaf.
Venerdì, 21 maggio, la cantante Catherine Russell ritorna al Terrace Theater dopo la standing ovation che ricevette durante il Festival del 2007. Quindi Sherrie Maricle e DIVA riprendono alcune delle più famose composizioni della Williams.
Sabato 22 maggio, La big band femminile californiana Ann Patterson's Maiden Voyage esegue set che include alcune delle composizioni scritte da Mary Lou Williams per la Duke Ellington Orchestra. Mentre la sassofonista Virginia Mayhew ritorna al Festival dopo un'assenza di dieci anni, con piccolo gruppo per omaggiare la divina signora Williams.
Il culmine del Festival è la Mary Lou Williams Collective con la pianista Geri Allen, direttore musicale, la vocalist Carmen Lundy, e gli Afro Blue che eseguono i capolavori jazz di Mary Lou Williams.
Secondo il Washington Post il festival "la dice lunga sul contributo delle donne hanno dato - e continuano a dare - al jazz sia qui che all'estero".

Sul sito del Kennedy Center è presente un bell'articolo intitolato Mary Lou Williams: First Lady of the Jazz Keyboard di cui pubblichiamo un estratto:
When Mary Lou Williams appeared at St. Paul’s College in Lawrenceville, Virginia, in April 1978, I drove down and had my first meeting with someone I had long admired. Following her concert, I approached her about participating in a program in Richmond for which I was Artist-in-Residence, funded through the Special Arts Project of the Emergency School Aid Act (ESAA).
Mary Lou Williams with the Andy Kirk Band The selection of participants was my responsibility as Artist-in-Residence; I wanted to bring to Richmond the very best, and to have them interact with students, faculty, and the community. During Mary Lou’s first visit, on December 4 and 5, 1979, she offered one public concert, two youth concerts, and a master class for teachers in the Richmond public schools. For the December 4 concert, a Baldwin piano was to be sent over to John Marshall High School (the evening’s concert venue) by the local music store. While Mary Lou and Father Peter O’Brien (a Jesuit priest and jazz historian, and her manager) were en route to Richmond, a telephone call alerted me to the fact that the piano had been dropped, and that there was absolutely nothing that could be done about sending over a replacement.
A relatively decent grand piano was located in the high school’s choir room, and we moved this piano into the auditorium. I arrived at Mary Lou’s hotel long before our appointed hour, and when she and Father O’Brien arrived I suggested that she go over to the auditorium ahead of schedule, allowing her sufficient time to test and become familiar with the piano. Mary Lou responded, "I don’t need to test the piano. During my sixty-plus years of playing, doing all those one-nighters, I’ve had to play on all kinds of pianos. If a few keys aren’t working, you merely make the necessary changes. It makes you a better musician, having to transpose to different keys. [Art] Tatum played his best when keys were missing."
Such was my first formal introduction to "the lady with the amazing talent."
Mary Lou visited again in April 1980, as Resident Eminent Scholar at Virginia State University in Petersburg, and presented one formal concert, two master classes, and several consultations and advising sessions. The next month she led two sessions in improvisation for teachers in the Richmond Public Schools.
Over a period of five months, Mary Lou and I enjoyed many hours of good conversation—while driving from place to place, or between activities— which resulted in a "Conversation" published in The Black Perspective in Music (Fall 1980) as well as a profile of Mary Lou in my book, Black Women in American Bands and Orchestras (Scarecrow Press, 1981). I delivered the book to her personally, three weeks prior to her death in Durham, North Carolina. A bedridden Mary Lou was pretty much out of it, but my vivid remembrances of that visit are a telephone call from Dizzy and Lorraine Gillespie (who Mary Lou said called regularly, as did bassist/vocalist Carline Ray) and a steadily moving right foot, keeping rhythm to whatever tune was running through her head.
Si può leggere il resto dell'articolo a questo indirizzo.

giovedì 6 maggio 2010

Umbria Jazz a New York

Con una serata per la stampa specializzata, svoltasi sulla terrazza con vista sulla Skyline e il fiume Hudson, della sede Rai di New York, l'Umbria dei grandi eventi culturali, "Umbria Jazz" e il "Festival di Spoleto", si è presentata anche quest'anno nella "Grande Mela", per sostenere la propria offerta turistica sul mercato americano. Promossa e coordinata dall'Agenzia Regionale di Promozione Turistica, l'iniziativa prevede fino all'8 maggio concerti nella Convent Avenue Baptist Church nel quartiere di Harlem e al Birdland Jazz Club della formazione di Enrico Rava, orfana del suo "leader" costretto a rimanere in patria per via di un infortunio, e sostituito - ha spiegato ai maggiori critici americani del settore Carlo Pagnotta, direttore artistico di "Umbria Jazz" - dal sassofonista e clarinettista Dan Kinzelman, un americano che vive da molti anni in Italia e che ha lavorato a lungo a fianco di Rava, di cui è l'arrangiatore musicale personale".
Gli altri componenti del gruppo sono Gianluca Petrella, considerato da molti il numero uno a livello mondiale dei nuovi talenti nel trombone, il pianista folignate Giovanni Guidi, Pietro Leveratto al basso e Fabrizio Sferra alla batteria.
Particolarmente significativo sarà il concerto alla Convent Avenue Baptist Church con il quintetto di Rava che si esibirà con l'Inspirational Ensemble di Harlem, che per la prima volta vedrà un gruppo jazz italiano esibirsi con un coro gospel afro-americano, unendo due poderose tradizioni ed etnie, molto diverse eppure unite da determinati temi e motivi musicali. Il fatto che il concerto sarà tenuto ad Harlem è molto significativo sia sul piano culturale che politico.
Dopo New York, il gruppo proseguirà la sua "tournée" americana a Chicago, dove sono previsti due concerti, il 10 e l'11 maggio, al jazz club "Showcase". Alla serata presso la sede Rai, è stata Alessandra Ferri (come già aveva fatto qualche giorno fa a Bruxelles il direttore artistico della manifestazione Giorgio Ferrara, nel corso di una iniziativa di promozione culturale e turistica organizzata dalla Regione Umbria) ad anticipare, alla vigilia della conferenza-stampa nazionale, alcuni contenuti del programma dell'edizione 2010 del "Festival dei Due Mondi": uno spettacolo basato su un testo dello scrittore giapponese Mishima, per la regia dello stesso Ferrara; i "Sonetti" di Shakespeare messi in scena dal "Berliner Ensemble"; un monologo interpretato dall'attore John Malcovich; un evento di grande danza, il 3 luglio, del coreografo John Neumaier; e il concerto finale del Festival eseguito dall'Orchestra "Verdi" con musiche di Bernstein e Mahler.

Il trio di Vijay Iyer premiato in Germania con l'Echo Award

Il trio del pianista Vijay Iyer è stato premiato dall'industria discografica tedesca con l'Echo Award, equivalente tedesco dei Grammy ed uno dei premi musicali più prestigiosi al mondo.
Il premio, che si basa sui voti sia di una giuria di esperti, che della scelta del pubblico, viene per la prima volta assegnato ad una formazione di jazz, dope che per anni è stato monopolizzato da artisti pop o di musica classica.
La notizia è tratta da un articolo pubblicato sul sito della Deutsche Welle con un'intervista allo stesso pianista
Band founder Vijay Iyer is multi-talented. Born the son of Indian immigrants to the US, he grew up playing classical violin. He studied mathematics and physics at Yale University and graduated from the University of California at Berkeley with a doctorate in arts and technology.
During his student days he started playing piano, jammed in jazz clubs, and began exploring composition. For him, music became the powerhouse of creativity and the means of self-expression that he had been searching for. But the mathematician in the musician remained.
"Anything that's put together with care and precision involves measurement and that's also true in music," said Iyer. "You have measurements of time and measurements of frequency or pitch, to perceive music is to perceive order in sound, so when you're talking about mathematics in music, you're talking about ordering events."
The trio's album combines mathematical with spiritual and emotional elements - which Iyer said don't contradict each other but have always coexisted in music.
This synthesis of mathematical perfection and deep spirituality has underpinned Vijay Iyer's works since the late 1990s. He has composed for orchestras and string quartets and written ballet scores and movie soundtracks, but his heart belongs to jazz in general and his Echo-Award-winning trio in particular.
For Iyer, the genre of the piano trio has been an elemental force in the development of jazz music.
"It's something so deeply explored by so many masters, especially the pianist-composers like Duke Ellington or Herbie Nichols - people who had a vision of how music can sound," said Iyer. "I'm not caught up in displaying my own virtuosity but I'm interested in projecting a unity of intent and that's something the trio can offer."
That "unity of intent" may be difficult to define but is highly apparent when listening to the trio's music. Vijay Iyer is the composer and frontman, but when the band performs, he does not regard himself as a conductor in the classical sense. Improvisation is the life-blood of jazz, he said, but this has to be given a structure created by the composer.
"Most of the time, when I'm composing, I'm setting up a situation for things to happen, so it's more like architecture, in the sense that I want people to move around in it," said Iyer, "I want people to live and stretch out and be free inside of the space that I've created."
Si può leggere l'articolo intergrale a questo indirizzo.

Ecco un video del trio di Iyer, che presenta la splendida Galang ai Systems Two Studios di Brooklyn NY nel marzo del 2009


martedì 4 maggio 2010

Workshop sul canto Scat con Bob Stoloff ad Adria (Ro)

Il 7 e 8 maggio si terrà, presso l'Ostello Amolara, in via capitello 2, ad Adria (RO), un workshop sul canto Scat con Bob Stoloff.
La Voice University, scuola di alta formazione vocale per cantanti e docenti di canto moderno, presenta il seminario “Scat: aspetti melodici e ritmici dell’improvvisazione vocale nel jazz”, tenuto dal Prof. Bob Stoloff. Bob Stoloff è Professore Associato al Berklee College of Music di Boston.
Stoloff è un jazz vocalist e polistrumentista che si è esibito in numerosissimi festival jazz con artisti di grande prestigio, fra i quali il grande Bobby Mc Ferrin. Egli è inoltre un punto di riferimento importantissimo per tutti i cantanti che si avvicinano al mondo dell’improvvisazione jazzistica, è infatti un didatta di grande levatura, seguito da numerosissimi cantanti e strumentisti grazie ai seminari realizzati in tutto il mondo e grazie ai libri dedicati al canto SCAT , da lui realizzati. Durante il seminario egli farà approfondire gli aspetti melodico-ritmici legati allo scat, con un approccio legato all’uso di esercizi ritmici e melodici e con particolare attenzione all’uso delle sillabe scat. I partecipanti saranno divisi in 2 gruppi (A e B) che il docente farà lavorare sia assieme, sia divisi.
Per informazioni www.voiceuniversity.it

Tranepainting – avant-garde jazz trio e pennelli a Bologna

Il 5 maggio, allo spazio Bartleby, in via San Petronio Vecchio 30/a a Bologna alle ore 21,30, è prevista Tranepainting, performance di improvvisazione musicale e di pittura.
Tranepainting è un progetto avviato all’inizio del 2009 da un idea di Paper Resistence. Inizialmente nato a seguito dell’uscita di “Coltrane”, graphic novel dedicata alla vita del musicista jazz John Coltrane che porta la firma di Paolo Parisi (anche questa sera ai pennelli), ben presto intraprende un suo percorso autonomo, determinato a crearsi un proprio spazio per la ricerca sull’improvvisazione.
Una ricerca di interazione fra l’avant-garde jazz e pittura su grande formato, tra sguardo, orecchio, beat e suono libero. La ricerca è un lavoro sulla sequenzialità e sull’improvvisazione sonora, tesa a cercare una natura narrativa del suono.
Agli strumenti: Christian Ferlaino, sax, Luca Bernard, contrabbasso, Giovanni Falvo, batteria e percussioni.

lunedì 3 maggio 2010

Il Jazz in Italia. Dallo Swing agli anni Sessanta

Venerdì 28/05/2010 presso la Sala Petrassi dell'Auditorium Parco della Musica di Roma alle ore 21, concerto-presentazione del libro di Adriano Mazzoletti Il Jazz in Italia. Dallo swing agli anni sessanta.
La storia del grande jazz italiano rivive per una sera all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Più di cinquanta musicisti si esibiranno in Sala Petrassi per presentare il nuovo libro di Adriano Mazzoletti, Il Jazz in Italia. Dallo Swing agli anni Sessanta, pubblicato da EDT. Alla conversazione a più voci tra esperti di jazz italiano e non solo - Leone Piccioni, Marcello Piras, André Clergeat, Marco Santoro e naturalmente l’autore del testo, Adriano Mazzoletti - si alterneranno momenti musicali dedicati alla straordinaria stagione del jazz italiano dal secondo dopoguerra agli anni Sessanta. In scena formazioni storiche riunitesi per l’occasione, come il Sestetto Dino & Franco Piana con Sandro Deidda, i Saxes Machine di Bruno Biriaco e la Nuova Roman New Orleans Jazz Band, alcuni fra i protagonisti di quegli anni, da Giampiero Boneschi, a Gianni Coscia, a Carlo Loffredo e artisti della scena attuale come Enrico Pieranunzi (anche in veste di musicologo e autore dell’introduzione al volume), Rosario Giuliani, Ramberto Ciammarughi, Franco Piana, Luca Begonia e il Quintetto Swing di Emanuele Urso. La St. Louis Big Band diretta da Antonio Solimene renderà omaggio all’opera di Piccioni con la voce della figlia Valentina e Marcello Rosa al trombone.
A Piero Angela il compito di introdurre la serata, alternando le digressioni degli esperti ai brani, tra swing, dixie e jazz di oggi.

venerdì 30 aprile 2010

Gioie e dolori nell’America degli anni Trenta

Notizia tratta dal sito de Il Giornale:
«Gioie e dolori nell’America degli anni Trenta», la mostra curata da Luigi Sansone e realizzata in collaborazione con la fondazione Antonio Mazzotta, racconta proprio questo e non è un caso che il sottotitolo lo spieghi ancora più esplicitamente: «Dall’euforia alla Grande Depressione». Ospitata a Palazzo Sormani (dal 30 aprile al 10 giugno: orari lunedì-sabato 14-19, chiuso la domenica, ingresso libero), l’esposizione ricostruisce il clima della Grande Depressione nel suo passaggio dall’età felice degli anni Venti alla rinascita della fine degli anni Trenta, e lo fa attraverso documenti e oggetti che raccontano mode, gusti, forme d’espressione e linguaggi. Manifesti, fotografie, cartoline, partiture, dischi in vinile, riviste e gioielli d’epoca, edizioni originali dei romanzi che la raccontarono in presa diretta (da Dos Passos a Caldwell, da Steinbeck a Faulkner) provengono da collezioni private, dalla Fondazione Antonio Mazzotta e dalle ricche raccolte novecentesche della biblioteca Centrale.
Particolare spazio viene dedicato alla musica, che ebbe in quel decennio tragico eppure ricco di voglia di fare e di talenti, un ruolo fondamentale nella strategia di controllo psicologico delle masse. Lo ebbe attraverso la radio e canzoni popolari come Brother, can you spare a dime, fratello, puoi risparmiare un centesimo, attraverso il musical e i film musicali, dove Fred Astaire e Ginger Rogers come ballerini e cantanti e George Gershwin come autore segnarono alcune delle pagine più belle del teatro musicale. A questo proposito la mostra prevede tre appuntamenti concertistici di grande interesse: il primo, il giorno dell’inaugurazione, avrà per protagonista proprio le musiche di Gershwin nell’interpretazione del duo formato dal soprano Karin Schmidt e dal pianista Paolo Alderighi, con in programma un florilegio di motivi scelti fra le sue pagine più famose. L’11 maggio alle 21 ci sarà il secondo, focalizzato sulla musica di Duke Ellington. A ripercorrere la sua opera di compositore sarà un quartetto jazz composto da Cesare Rotondo, Vittorio Chessa, Dario Tosi e Carlo Panzalis. Ultimo appuntamento, l’11 giugno in coincidenza con la chiusura, quando sarà lo swing a farla da padrone: musiche di Cole Porter, Iriving Berlin, Hoaggy Carmichael, saranno eseguite da Alfredo Ferrario, Fabrizio Bernasconi e Franco Finocchiaro.
Si può leggere l'articolo integrale a questo link.

In dreams: sogni e incubi del primo Novecento sulle magiche note di Fats Waller

Notizia tratta dalla sezione libri del sito della rivista Panorama:
Pubblicata quattro anni fa in tutta Europa e vincitrice di numerosi premi internazionali, esce in una nuova edizione Fats Waller (Coconino Press), la biografia a fumetti del geniale pianista americano nata da un progetto a quattro mani di Igort e Carlos Sampayo.
Quando ero a Parigi ascoltai alla radio la storia di Fats, “dicendomi che sarebbe stato un magnifico fumetto”, racconta Igort sul suo sito. “Chiamai Sampayo, che era, oltre che amico, un mio mito d’infanzia”. Dall’incontro di due menti così libere e fuori dagli schemi – caposcuola della narrazione grafica da quasi trent’anni Igort, ma anche musicista; giornalista, scrittore, sceneggiatore nonché critico musicale esperto di jazz Sampayo – nasce una biografia genuinamente alternative, montata con la tecnica cinematografica del cut up.
Una successione di scene che si intreccia alle vicende di altri personaggi dell’ambiente, musicisti donne clochard discografici amici scrocconi impresari, sullo sfondo della Storia con la maiuscola.
Certo Thomas “Fats” Waller, magistrale pianista e compositore (registrò circa 360 canzoni ma, si dice, ne compose oltre 500) aveva una faccia e fattezze che sembravano una caricatura. E del genio virtuoso ma nero, che faceva ballare la gente con le sue commedie in musica, l’America restituì all’epoca un’icona da cartoon – la faccia “cicciosa” e paciosa, la bombetta storta, la mole goffa e ingombrante, la parlantina svelta.
Igort rinuncia alla tradizione caricaturale per leggere l’anima profondamente blues del pianista. Il successo, la stima dei colleghi, la venerazione del pubblico, la fama di donnaiolo sono gli elementi di contorno. La penna del disegnatore arriva al cuore di una sensibilità troppo acuta e troppo fragile. Dagli accordi e dall’espressione ispirata di Fats sprigionava pura gioia ma dentro, dentro erano solitudine malinconia tribolazione e inquietudine. Assediato dalle donne e dai debiti, Fats era “obbligato” a comporre per vivere, a bere per sopravvivere. La fine fu tragica ma ancora giustificò una lettura da comix: morì assiderato sul vagone di un treno. Un vagone tutto per lui, musicista trentanovenne all’apice del successo: l’impianto di riscaldamento smise di funzionare ma lui era troppo sbronzo per svegliarsi.
Mentre sulle note di Fats l’America balla il New Deal roosveltiano, in Europa si prepara un’epoca buia e dannata. Igort e Sampayo insertano nella storia di Fats scene dal Vecchio Continente: la Spagna dilaniata dalla guerra civile, l’ascesa del fascio in Italia e Germania, le purghe della Russia di Stalin. Ma la musica di Waller arriva dovunque e s’infiltra perfino nel cuore del pregiudizio: può un negro…? Beh, “l’arte si trasmette per strade misteriose”.
Corredano questa nuova edizione di Fats Waller alcune outtakes o “sinfoniette di schizzi e appunti“, come le chiamano gli autori, tavole rimaste nel cassetto che testimoniano il lungo work in progress da cui è sbocciato questo frutto prezioso. Sono abbozzi, studi ma anche quadri autosufficienti. Visionari, onirici, junghiani. Bellissimo il dialogo immaginario con Monk, l’altro tormentato genio della tastiera cui di lì a poco Fats affiderà il testimone di immortale icona del jazz.

giovedì 29 aprile 2010

Ornette Coleman riceverà la laurea ad honorem presso l'Università del Michigan

Ornette Coleman, insieme ad altre personalità della scienza, della cultura e delle professioni, riceverà la prestigiosa laurea ad honorem presso l'Università del Michigan, insieme al Presidente Obama.
"E' un eccitante squadra di destinatari", ha detto Lisa Connolly, responsabile del project manager dell'Ufficio di Presidenza e componente del Comitato per la Laurea Honoris Causa dell'Università.
L'università dona queste onoreficienze da più di un secolo. In questo periodo più di 1.000 persone illustri hanno ricevuto lauree honoris causa tra cui George H.W. e Barbara Bush, il segretario di Stato Hillary Clinton, il regista Ken Burns, lo scrittore e sopravvissuto all'Olocausto Elie Wiesel, la leader dei diritti civili Rosa Parks ecc.

martedì 27 aprile 2010

EyeShotJazz

Vorrei segnalare un bel sito fotografico di jazz, dal titolo EyeShotJazz.
Questo blog presenta le fotografie di Daniel Sheehan, un fotografo di Seattle specializzato in fotografia jazz. Sheehan fotografa regolarmente musicisti jazz durante i concerti su incarico del Earshot Jazz Magazine. Dal 2008, durante l'annuale Festival del Jazz Earshot, ha iniziato a pubblicare sul blog almeno una foto di ogni spettacolo a cui presenzia.
A questo link si può vedere un esempio delle splendide fotografie di Sheehan, con un ritratto del trombettista Tomas Stanko