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giovedì 27 maggio 2010

Il Jazz in Italia: dallo Swing agli anni '60, concerto di presentazione

Venerdi' 28 maggio all'Auditorium Parco della Musica di Roma il concerto di presentazione del secondo volume del critico Adriano Mazzoletti dal titolo "Il Jazz in Italia. Dallo swing agli anni Sessanta" (EDT) con la partecipazione di oltre 50 musicisti del jazz italiano, in un concerto che sarà trasmesso in diretta su Radio3 a partire dalle ore 21.
La storia del grande jazz italiano rivive per una sera all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Più di cinquanta musicisti si esibiranno venerdì 28 maggio alle ore 21 nella Sala Petrassi per presentare il nuovo libro di Adriano Mazzoletti, "Il Jazz in Italia. Dallo swing agli anni Sessanta", pubblicato da EDT.
Alla conversazione a più voci tra esperti di jazz italiano e non solo - Leone Piccioni, Marcello Piras, André Clergeat, Marco Santoro e naturalmente l’autore del testo, Adriano Mazzoletti - si alterneranno momenti musicali dedicati alla straordinaria stagione del jazz italiano dal secondo dopoguerra agli anni Sessanta.
Si esibiranno formazioni storiche riunitesi per l’occasione, come il Sestetto Dino & Franco Piana con Sandro Deidda, i Saxes Machine di Bruno Biriaco, il Trio Amedeo Tommasi-Giovanni Tommaso-Franco Mondini e la Nuova Roman New Orleans Jazz Band, alcuni fra i protagonisti di quegli anni, da Giampiero Boneschi, a Gianni Coscia, a Carlo Loffredo, e artisti della scena attuale come Enrico Pieranunzi (anche in veste di musicologo e autore dell’introduzione al volume), Rosario Giuliani, Ramberto Ciammarughi, Franco Piana, Luca Begonia e il Quintetto Swing di Emanuele Urso. La St. Louis Big Band diretta da Antonio Solimene infine renderà omaggio all’opera di Piero Piccioni con la voce della figlia Valentina e Marcello Rosa al trombone.
A Piero Angela il compito di introdurre la serata, alternando le digressioni degli esperti ai brani, tra swing, dixie e jazz di oggi.
Per ascoltare in diretta il concerto clicca qui.

È il 1943: mentre dalla Sicilia le truppe americane risalgono lo Stivale, liberandolo dal nazifascismo, il jazz si afferma definitivamente come la musica del momento nelle sue varianti – dai solisti nei piccoli club alle grandi orchestre, dell’EIAR prima e della RAI poi. Attraverso la radio, artisti come Piero Piccioni, Armando Trovajoli, Oscar Valdambrini, Giampiero Boneschi e Gianni Basso portano definitivamente il jazz nelle case italiane. Adriano Mazzoletti, in questo secondo volume de Il Jazz in Italia, soppesa e descrive gli eventi che nei tre decenni dal ’35 al ’65 circa hanno plasmato il suono italiano: attraverso ritagli di giornale, carteggi privati, archivi pubblici e ordini di servizio, programmi radio, film, registrazioni di concerti e molti altri documenti, Mazzoletti mette in risalto l’abilità di quei musicisti-pionieri, che nel dopoguerra hanno saputo declinare il linguaggio del jazz rispetto alla canzone e alla musica “ufficiale” unendo il gusto per la melodia allo swing americano. Nei due tomi che compongono il volume c’è spazio anche per la storia recente d’Italia, dalla Liberazione alle prime elezioni del ’48 fino agli anni Sessanta della DC. Scorrono le vicende musicali e non solo delle grandi città come Roma (capitale del cinema, e quindi delle colonne sonore), Milano (epicentro dell’editoria musicale), Torino (sede della grandi orchestre), ma – per la prima volta – viene pesato l’apporto della provincia, ben più di una semplice periferia jazz dell’impero. È in centri come Perugia, Pescara o Verona infatti che negli anni ’70 nasceranno i grandi festival, destinati a durare negli anni, mentre è nell’area americanizzata di Trieste (il famoso TLT – Zona A) o durante la Liberazione nel Foggiano, da cui partivano gli aerei statunitensi, che il jazz italiano può confrontarsi liberamente con quello d’Oltreoceano.
Parallelamente a tutto questo, Mazzoletti compila un poderoso apparato di scritti altrui, documenti d’epoca, indici di consultazione. Una vera e propria geografia del jazz italico, utile per districarsi nel ramificato mondo dei nomi, delle orchestre e della critica del periodo, che attraverso la carta stampata ha esercitato un ruolo basilare nello sviluppo e nella crescita di un suono, quello italiano, oggi riconosciuto internazionalmente a livelli di eccellenza.

Per acquistare il libro dal sito Internet Book Shop è possibile visitare questo indirizzo.

mercoledì 26 maggio 2010

Al Di Meola al Blue Note di Milano

Notizia tratta dall'edizione milanese del sito del Corriere della Sera:
Dall'Argentina alla Spagna passando per il Marocco e, naturalmente, l'Italia. È un giro del mondo sulle sei corde quello che Al Di Meola regala con i suoi concerti. Un viaggio che da mercoledì 26 a venerdì 28 maggio si ripeterà due volte per sera al Blue Note. Un rapporto particolare lega il musicista italoamericano a Milano. Al Di Meola torna spesso a suonare in città e uno dei due dischi della serie «World Sinfonia», uscito nel 2008, si intitola proprio «La Melodia: live in Milano». Sul palco l'artista sarà accompagnato da Fausto Beccalossi alla fisarmonica, Peo Alfonsi alla chitarra, Gumbi Ortiz alle percussioni, Peter Kaszas alla batteria e Victor Miranda al basso.
In una performance che mette in luce l'anima più acustica di Al Di Meola. Fatta eccezione per un ritorno di fiamma di quattro anni fa, immortalato dal dvd del concerto di Leverkusen, il chitarrista imbraccia sempre meno la chitarra elettrica. Una scelta obbligata anche dai disturbi all'udito causati da anni di volumi troppo alti. Dei suoi 55 anni, infatti, Di Meola ne ha trascorsi più di 30 sul palco e in sala di registrazione. Nel 1974, non ancora ventenne, si è unito a Chick Corea nella band dei Return to Forever. In breve tempo si è fatto strada a suon di assoli velocissimi e di una tecnica innovativa. Caratteristiche racchiuse già nel suo primo album solista, «Land of the Midnight Sun», datato 1976.
Tante le collaborazioni prestigiose nel corso della sua carriera: dall'esperienza con Paco De Lucia fino a quella tutta italiana con Pino Daniele. Album dopo album il nome di Al Di Meola è diventato sinonimo di «fusion». Per avere un'idea del suo stile basta ascoltare il suo secondo lavoro, «Elegant Gypsy», in cui le sperimentazioni jazz incontrano le influenze latine. Il risultato è uno stile che per ben 14 volte gli vale il titolo di «miglior chitarrista» assegnato dalla rivista Guitar Magazine.

Ecco un video di Di Meola live a Burghausen (Germania) il 19 marzo 2009

mercoledì 19 maggio 2010

Trilok Gurtu Band a Cormons

Sabato 22 maggio, al Teatro Comunale di Cormons alle ore 21.00, concerto della Trilok Gurtu Band
La musica del percussionista e vocalista indiano Trilok Gurtu è un ponte ideale fra la cultura orientale e quella occidentale, il cui collante è rappresentato da un’originale concezione ritmica con le radici ben salde nelle tradizioni dell’India e ramificazioni che inglobano elementi africani e jazzistici.
La sua carriera inizia negli anni '70 con un fuoriclasse del free jazz come il trombettista Don Cherry, poi lo troviamo al fianco di Ralph Towner con gli Oregon, del sassofonista Jan Garbarek ed infine entra stabilmente nella Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin. Negli anni '90 diventa ormai un imprescindibile riferimento per gli amanti della world music, ma strizza continuamente l'occhio anche al jazz ed al pop grazie anche alle collaborazioni con artisti come Joe Zawinul, Bill Laswell, Pharoah Sanders, Pat Metheny, Gilberto Gil ed il nostro Ivano Fossati.
Con la sua band presenterà l'ultimo album Massical, da lui stesso prodotto con il compositore e violinista Carlo Cantini.
La formazione è composta da Trilok Gurtu: percussioni, voce; Carlo Cantini: violino, tastiere, melodica; Andy Suzuki: sax, flauto, tastiere; Johann Berby: basso; Roland Cabezas: chitarra
Per informazioni: www.controtempo.org

Ed ecco uno splendido video della band che presenta Broken Rhythms, a Sines (Portogallo) nel 2007.

Bennie Maupin alla Casa del jazz

Questa sera alle ore 21, alla Casa del jazz di Roma, in collaborazione con l’Istituto polacco, il concerto di una leggenda del jazz, Bennie Maupin con il suo gruppo. Maupin ha suonato con grandi musicisti come Roy Haynes, Mccoy Tyner, Horace Silver, Herbie Hancock. Ha suonato con Miles Davis, registrando con lui un capolavoro come “Bitches Brew”.
Bennie Maupin, leggenda del Jazz, allievo di Coltrane, ha iniziato la sua carriera con lo studio del sassofono per poi approfondire, grazie a Larry Teal, quello del flauto, trasferendo su quest’ultimo strumento alcuni aspetti della tecnica del sax. La sua esperienza come clarinettista è iniziata nel '65, quando si è trasferito dalla California a New York dove ha iniziato a lavorare con giganti del Jazz tra cui Roy Haynes, Horace Silver, Pharoah Saunders, Freddie Hubbard, Jack DeJohnette, Andrew Hill, Eddie Henderson, Woody Shaw, Lee Morgan, McCoy Tyner e Marion Brown. Ha preso parte all’incisione degli album “Bitches Brew”, “Jack Johnson” e “On the Corner” di Miles Davis. Ha collaborato con Herbie Hancock facendo parte dei “Headhunters” e del sestetto “Mwandishi”.
Come solista Maupin ha registrato nel corso della sua carriera diversi album, tra cui “Jewel in the Lotus” nel 1974, “Slow Traffic Move Right” nel 1976, “Moonscapes” nel 1978, e “Drivind While Black” nel 1998.
A partire dagli anni '60 Maupin ha frequentato assiduamente la Polonia dove ha avviato una serie di collaborazioni con diversi musicisti. Ha inciso con il chitarrista Jaros³aw Œmietana il cd di grande successo “A story of Polish Jazz”.
Gli amici polacchi hanno fatto conoscere a Maupin la città di Zakopane, ai piedi dei monti Tatra. Lì il musicista americano ha scoperto il mondo del folclore polacco e la musica di Karol Szymanowski. Ha anche avuto modo di incontrare eccellenti musicisti (Jan Karpiel Bulecka, Hania Chowaniec Rybka e altri) e ha realizzato con loro il progetto delle variazioni jazz ispirate alla musica di Szymanowski e a quella popolare dei Tatra. Il bassista polacco Darek “Oles” Oleszkiewicz è stato invitato, insieme al batterista Michael Stephans e al percussionista Munyungo Jackson, al progetto “The Bennie Maupin Ensemble” che ha portato all'incisione del cd “Penumbra” (2006).
The Bennie Maupin Group è composto da Bennie Maupin flauto, clarinetto basso, sax tenore & soprano, Hania Chowaniec-Rybka voce, Michal Tokaj pianoforte, Michal Baranski contrabbasso, Lukasz Zyta batteria, percussioni

Ed ecco un video live del quartetto di Bennie Maupin

martedì 18 maggio 2010

Enrico Rava e Stefano Bollani a Udine

Domenica 23 maggio ore 20.45 al al Teatro Nuovo Giovanni da Udine, concerto del duo composto da Enrico Rava e Stefano Bollani che presentano il loro progetto "The Third Man"
Quello tra Enrico Rava e Stefano Bollani, prima che un fertile sodalizio artistico, è un profondo rapporto umano. Un’intesa che ha permesso la realizzazione di lavori importanti, su disco e in scena, come appunto The Third Man: titolo preso a prestito da Orson Welles, playlist che fa scintillare, dentro il perimetro sonoro del modern jazz, le straordinarie personalità dei due artisti. Mentore e allievo, nel gioco delle parti. «L’improvvisazione? È come se, dovendo attraversare un canyon, iniziassi a costruire un ponte sospeso nel vuoto – spiega Bollani, nuovamente ospite del "Giovanni da Udine" dopo l'accoglienza trionfale dello scorso anno – camminandoci al contempo sopra. È fare una cosa diversa ogni sera a farmi sentire vivo».
La tromba del mentore e il pianoforte dell’allievo, dunque, in un memorabile concerto che «farà sentire vivi» i performer e chi avrà la fortuna di ascoltarli.

Jamie Baum Quintet a Padova

Mercoledì 19 maggio al Cine Teatro Torresino di Padova, alle ore 21, concerto del quintetto di Jamie Baum, composto da Jamie Baum: flauto, Taylor Haskins: tromba, George Colligan: piano, Jeff Hirshfield: batteria, Johannes Weidenmueller: basso.
E’ folto e creativo il gruppo di leader donne nel jazz contemporaneo.
Il Centro d’Arte ha sempre voluto promuovere il loro lavoro e, dopo le apparizioni di Marilyn Crispell, Sylvie Courvoisier, Susie Ibarra, Annette Peacock, Carla Bley, Myra Melford, Nicole Mitchell, ecco un altro nome importante anche se conosciuto meno nel circuito: quello di Jamie Baum.
Originaria del Connecticut ma newyorkese di adozione, flautista, compositrice, didatta, Jamie Baum è tra le voci più interessanti della “composizione jazz” dei nostri anni. E’ un’artista molto fedele alle radici ma con uno sguardo molto vivace sulla contemporaneità. Ha studiato alla Manhattan School of Music e al New England Conservatory di Boston: nella giuria del suo saggio finale in composizione c’era Gil Evans.
Jamie Baum ha inciso quattro album come leader, esordendo con “Undercurrents” (dove la tromba era affidata a Dave Douglas), pubblicando in seguito “Sight Unheard”, “Moving Forward, Standing Still” ed il recente “Solace”. In quest’ultimo album, la vena compositiva di Jamie trova nella musica di Charles Ives una fonte di ispirazione esplicita. E il rapporto tra il jazz e la musica classica del 900 è da sempre un tema centrale per lo stile compositivo della flautista. Ma molte sono le figure che hanno influenzato la sua crescita musicale: Duke Ellington, Eric Dolphy, Roland Kirk, ma anche Joni Mitchell, Stevie Wonder, i Jethro Tull.
Accanto alla sua carriera come artista, Jamie Baum organizza molte attività didattiche, workshop, jazz clinics ecc., è insegnante incaricata alla Manhattan School of Music e presso il dipartimento jazzistico della New School University.
Gli elementi del suo quintetto sono tutti riconosciuti eccellenti solisti della scena attuale.
Il trombettista Taylor Haskins, che sostituisce per questo tour Ralph Alessi, è stato nominato dal DownBeat uno dei "25 trombettisti del futuro"; è anche parte dei progetti di Dave Holland, Guillermo Klein, Richard Bona e Andrew Rathbun.
George Colligan è pianista di gran pregio e polistrumentista; molto richiesto da più parti, è stato pianista nei gruppi di Cassandra Wilson, Don Byron, Lonnie Plaxico. Il bassista Johannes Weidenmueller ha suonato, tra gli altri, con Hank Jones, Ray Barretto e Joe Lovano, mentre il batterista Jeff Hirshfield è stato diverse volte accanto a Fred Hersch, John Abercrombie, John Zorn ed è tra i percussionisti più richiesti a New York.

Ecco un video di Jamie Baum che presenta Solace.

Intervista a Bobby McFerrin

Il sito del quotidiano Il Giornale ha pubblicato un bel articolo dedicato a Bobby McFerrin, in occasione del concerto tenuto ieri sera a Milano, prima tappa della breve tourneè italiana del vocalist, che toccherà nei prossimi giorni Roma (il 20/5), Bologna (il 22/5) e Torino (il 23/5).
Ecco un estratto dell'articolo:
«La mia è un’anima jazz, ma sono nato con la classica. Mio padre è stato il primo afroamericano ad avere ruoli importanti al Metropolitan di New York; ho studiato clarinetto, flauto, pianoforte prima di capire che il canto è arte senza frontiere».
Comunque non è facile passare dal jazz alla classica.
«Vivo d’improvvisazione quindi il jazz è il mio pane quotidiano. La classica è prevedibile, sali sul podio e sai già ciò che succede, anche per questo sfido orchestra e pubblico, incitando tutti a partecipare, col corpo e con la voce».
I puristi non saranno felici di ciò, e neppure della bacchetta che lei s’infila tra le trecce.
«Quello è un gioco, per fortuna ho i capelli lunghi! Se non si scuote, la classica rimane chiusa in una torre d’avorio. Io prendo brani che mischiano nobiltà e tradizione popolare come la Pavane di Fauré o il Bolero di Ravel. Non sono né il primo né l’unico ad abbattere gli schemi, faccio Somewhere di Bernstein che nasconde un tema tratto dal Concerto per piano e orchestra n.5 di Beethoven, opera nota come L’imperatore. Comunque dopo questo tour non dirigerò più, torno alla mia musica».
C’è il nuovo cd.
«Ci ho lavorato otto anni, è il disco più strano che abbia mai fatto. Per la prima volta ho messo a disposizione di un compositore, Roger Treece, tutto il mio materiale inedito e lui ha trasformato le cose più interessanti in partiture. Così ora sono brani miei e allo stesso tempo non miei, vecchi e nuovi. È un omaggio alla musica totale, alla musica libera».
Lei fa cose sempre più complesse ma il suo più grande hit è «Don’t Worry Be Happy».
«Quel brano mi ha dato la grande popolarità e la possibilità di dedicarmi alla sperimentazione. È nato per caso in pochi minuti; un giorno camminavo per le strade di New York fischiettando ed è nata la melodia, poi siccome sono ottimista è arrivato il testo».
Lei ha cantato con tante star: con chi s’è trovato meglio?
«Con Chick Corea ci capiamo al volo, ricordo grandi sfide con la voce di Al Jarreau, mi piace la fantasia di Laurie Anderson. Ma chi mi ha più influenzato è Keith Jarrett; non ci siamo mai esibiti insieme, ma il suo pianoforte ha cambiato la mia vita».
E ora ha nuovi progetti?
«Una nuova sfida, voglio organizzare un duetto con Eric Clapton. Il blues non fa parte delle mie radici e quindi provo ad affrontarlo».
L'articolo integrale è qui.

lunedì 17 maggio 2010

Le tre date italiane di Brad Mehldau a luglio

Brad Mehldau sarà in Italia per tre concerti durante il mese di luglio, tutti i concerti per piano solo.
In particolare il pianista sarà il 9 luglio a San Giovanni Valdarno (Ar) in Piazza Masaccio, il 10 luglio sarà a Monforte D'Alba (Cn) all'Auditorium Horszowski per il Festival Monfortinjazz 2010 e quindi il 15 lugliò sarà al Castello degli Ezzelini di Bassano del Grappa (VI)

Marcus Miller in tour rivisita Tutu

Il celebre album di Miles Davis Tutu, pubblicato nel 1986, che prende il nome dall'Arcivescovo sudafricano Desmond Tutu, fu un punto di svolta nella carriera del trombettista. Il materiale riccamente arrangiato di questo album e del suo seguito Amandla servirono a ridefinire il sound di Davis per l'atto finale di una lunga carriera di crescita e di trasformazione. Prodotto dal bassista Marcus Miller, che era stato un membro della band di Miles quando questi venne fuori dal ritiro degli anni '80, Tutu fu ampiamente riconosciuto come uno dei grandi dischi jazz contemporanei degli anni '80 con un suono potente e una musica che sfida le categorizzazioni.
Lo stesso Miller sta per avviare un tour con il quale rivisiterà la musica di questo strardinario album. Il tour toccherà anche l'Italia nel mese di luglio, con tre tappe rispettivamente a Perugia (per Umbria Jazz) l'11, a Fano il 25 ed a Teano il 27. Miller sarà accompagnato da una formazione composta da Christian Scott - tromba, Alex Han - sassofono, Federico Gonzalez Pena - tastiere e Louis Cato - batteria.
Il sito della rivista JazzTimes ha recentemente pubblicato una bella intervista al grande bassista.
Ecco un estratto dell'intervista:
On Tutu, I hear your sound as much as I hear Miles, but the record was a collaboration and it involved lots of other people. Can you separate out what you did or is that impossible?
I can actually hear my thing because I really had started to come into my own, composition-wise especially. I remember Miles telling me, “Hey, you’re in that period, recognize it and write as much as you can, because they come and go.” He said the same thing to Wayne [Shorter] way back. I definitely hear the things I discovered harmonically that seemed to work well for Miles, for his vibe and spirit. That’s what I’m trying to do when I’m producing or writing for somebody—to find where their spirit is at and do something appropriate for them.
The record certainly has had legs and gets used for all sorts of things. Several years ago, I heard it in a play in San Francisco, where it was used as a motif to introduce a dramatic confrontation between Asian-American actors from two different generations.
I really like that it was in a story about intergenerational relationships because for me that’s what Tutu was. It was me and Miles and all his history, how was he functioning in the modern world, which was the ’80s at that time. To me, it was about Miles carrying his history forward to the ‘80s and to the streets of New York in that environment. So it’s nice that somebody maybe subconsciously picked up on that.
As big a record as it was, I’m not sure I’ve heard its influence directly on other albums. It’s as if it’s just too singular to even emulate. Have you heard any things out there that make you go, “Hey, I recognize that sound…”?
Yes, I heard a million of them, but more in contemporary jazz where you’d hear muted trumpet and ethereal chords. I heard that a lot. Most of the time it wasn’t quite it. Then in smooth jazz, they did their version of it too.
You didn’t mind though, right?
No, to me, that’s a compliment. It was beautiful. Now the hard part was when people would send me their demos, saying, “Can you help me get a record deal?” But the music [on the demo] was a version of that. I was like, dude, this exists already. You’ve got to find something new to say, which is really hard.
Is it the one record that you’re most proud of?
Yes, it definitely feels special. It was my first time sitting shoulder to shoulder with Miles and working on music that I had written for him. I had been in his band for a couple years, but this was a completely different kind of relationship and a lot of responsibility. When it was released, it was the first time for a lot of people hearing that sound, which is very familiar now, but it was a different thing at the time. You can’t recreate your first time, so, yes, this one does stand out for me.
Did you have any hesitation in doing a tribute or a revisited project? You know more than anyone that Miles wasn’t much for that sort of thing, looking backward.
They were having this huge Miles Davis exhibit in Paris in a museum. It was gorgeous. It was very well done. And they asked me at the end of the exhibit run, if I would be interested in performing Tutu in its entirety. I thought, “I’m not sure I’m excited about that and I don’t think Miles would be excited about that.” But initially when Miles passed, I didn’t feel that the attention paid to his passing was great enough. Me, being in France a lot, I saw how he was treated so much bigger over there. But America’s different. Over time, that changed some, but I wanted to do something myself for Miles. And I was thinking, “What can I do?” I thought, “You know what would be nice is if I got all these young musicians who were barely even born when Tutu came out and have them attack this sucker and change it and create something new with it.” That would be a way that Miles would be into it and would get me excited as well....
Per leggere il resto dell'intervista clicca qui.

Ecco il video di Full Nelson, ripreso Live at Billboard in Giappone il 15.9.2009

mercoledì 12 maggio 2010

Al via il tour sardo di Gegè Telesforo

Notizia tratta dal sito www.informazione.it
Si accendono i riflettori dei palcoscenici sardi sul So Cool Groove Master Quintet.
La jazz band capitanata dal vocalist Gegé Telesforo dà il via al breve tour di tre date in Sardegna, martedì 18 maggio alle ore 21,30 al Teatro Club FBI in Via Brigata Sassari 38, a Quartu Sant’Elena.
Cantante, polistrumentista, producer, conduttore radiotelevisivo, entertainer, ma soprattutto maestro dello scat, quella forma di canto jazz basato sull'improvvisazione vocale, Gegè Telesforo (voce e percussioni) scoperto parecchi anni fa da Renzo Arbore, ritorna ancora una volta nell’isola accompagnato sul palcoscenico da Dario Deidda ( basso), Alfonso Deidda (piano, flauto, sax alto e baritono), Max Ionata (sax tenore e soprano) e Amedeo Ariano (batteria) per presentare in tre serate che si preannunciano sold out, il suo nuovo cd So Cool.
Come tutti i precedenti lavori nati dalle incredibili doti vocali del musicista foggiano e dalla sua capacità di seguire un proprio progetto di ricerca musicale anche So Cool, scritto per il suo quintetto con la collaborazione di Ben Sidran, autore dei testi e di Peppe Sannino alle percussioni, è la sintesi di una sorta di laboratorio sonoro dove il concetto di groove si ripropone nella sua essenza più pura.
In distribuzione internazionale da gennaio 2010 il nuovo album, è il risultato di una live session di due soli giorni registrata allo Zork Studio di Buccino (SA) e in seguito masterizzato presso il prestigioso Sterling Sound di New York.
Le dieci tracce raccolte in So Cool - prodotto da GeGè Telesforo e Roberto Ramberti per l’etichetta indipendente Groove Master Edition e distribuito in Italia da EGEA Music – sono un'ideale escursione di suoni inconfondibili creati dall’impasto di voce e sassofoni che spaziano ritmicamente dal funk allo swing, dal be-bop allo storico blue note, dal latin-jazz al groove.
Dopo la serata al FBI, il Gegè Telesforo Groove Master Quintet si trasferisce nel nord della Sardegna per riproporre le originali composizioni e il contagioso groove di “So Cool” mercoledì 19 maggio alle ore 21,30 al Teatro Civico di Corso Vittorio Emanuele II a Sassari e il giorno successivo, giovedì 20, sempre alle ore 21,30 al Teatro Civico di Piazza del Teatro di Alghero.
Nato a Foggia nel 1961 e cresciuto artisticamente sotto l’ala protettrice di Renzo Arbore, che ne ha scoperto le incredibili doti vocali, Gegè Telesforo nel corso degli anni, sono oramai più di 30 a cui dedica ogni sforzo, ha saputo individuare un proprio progetto di ricerca, che ha il suo nodo centrale nello scat, ovvero l’improvvisazione vocale. Rispolverando un'arte quasi dimenticata all'estero e mai sbocciata in Italia, il vocalist foggiano ha saputo, raccogliere attorno a se il meglio della scena jazz-fusion romana: indimenticabili i suoi concerti, a metà degli anni Ottanta, in cui si divertiva a rinnovare vecchi standard del jazz.
Nelle sue numerose band (Gegè Telesforo & Co.; D.O.C. Quartet; Pure Funk Live; Groovinators) hanno militato alcuni fra i più quotati musicisti italiani: Roberto Gatto, Danilo Rea, Antonio Faraò, Marco Rinalduzzi, Enzo Pietropaoli, Rita Marcotulli, Marco Tamburini, i Deidda Brothers, Rossana Casale, Marcello Surace, Alex Gwiss, Max Bottini solo per citarne alcuni e debuttato giovani talenti come Giorgia, Stefano Di Battista, Rocco Zifarelli, Julian Oliver Mazzariello.
Nei primi anni ‘90, in seguito alla collaborazione con il pianista, cantante e raffinatissimo critico musicale Ben Sidran, Telesforo sbarca negli Stati Uniti. Qui collabora con i musicisti più in vista e inizia ad incidere i suoi dischi per l’etichetta Go Jazz, lavora in studi di registrazione prestigiosi come il Paisley Park di Prince, Sterling Sound e lo Skyline di New York.
In seguito Ben Sidran lo vuole come Lead Vocalist nella sua Go Jazz All Stars e Gegè partecipa ad un lungo tour internazionale che lo vede al fianco di artisti del calibro di Phil Woods, Bob Malach, Georgie Fame, Clyde Stubblefield, Mike Mainieri, Bob Rockwell, Richard Davis, Phil Upchurch, Ricky Peterson. In queste ripetute apparizioni trova il modo per esportare il suo indiscutibile talento vocale, non solo colleziona una serie impressionante di sold out, ma restano memorabili duetti vocali e le collaborazioni con Dizzy Gillespie, Tony Scott, Bob Berg, Jon Hendricks, Clark Terry e DeeDee Bridgewater.
Dalla seconda metà degli anni ‘90, dopo il periodo di lavoro svolto in studio a Minneapolis con i musicisti della New Power Generation di Prince, la sua ricerca musicale si indirizza sul versante di un funk aggressivo in cui gli elementi jazzistici e improvvisativi si saldano a una rigorosa ed infallibile concezione ritmica dominata dal "groove". Dal ’97 è special guest dell’Orchestra Italiana di Renzo Arbore.
Gegè Telesforo è oggi riconosciuto nel mondo come uno degli ultimi artefici ed innovatori dello scat, “l’unico artista/performer italiano che si possa fregiare del titolo di Groove Master”.
Gli appuntamenti rientrano nel calendario della IV Edizione del Festival “La Musica che Gira Intorno 2010”, ed è organizzato dall’Associazione Culturale “La via del Collegio” di Cagliari con il patrocinio degli Assessorati alla Cultura dei Comuni di Quartu Sant’Elena, Sassari e Alghero, e degli Assessorati alla Pubblica Istruzione, Spettacolo e Turismo della Regione Autonoma Sardegna.

La tourneè italiana di Ornette Coleman questa estate

Ornette Coleman sarà in Italia per una serie di date nei mesi di luglio e agosto.
Per gli amanti del leggendario sassofonista le date dei concerti sono le seguenti:
19 luglio - San Marino (San Marino Jazz Festival)
21 luglio - Genova (GezMataz Festival)
24 luglio - Atina (Atina Jazz Festival)
10 agosto - Follonica (Teatro Ferriere)
12 agosto - Berchidda (Festival Time in Jazz)
Coleman sarà accompagnato dal suo quartetto composto da Ornette Coleman sax, tromba, violino, Denardo Coleman batteria, Al Mc Dowell basso elettrico, Tony Falanga contrabbasso.

Rita Marcotulli a Catania

Giovedì 13 maggio alle 21.30 presso il teatro Metropolitan di Catania sarà presentata una produzione esclusiva Catania Jazz che esordirà in anteprima nazionale dal titolo "The Woman Next Door - omaggio a Truffaut" e vedrà sul palco una superband capitanata dalla pianista Rita Marcotulli che si esibirà in una reinterpretazione delle atmosfere musicali e visive create dal grande regista francese.
Rita Marcotulli e François Truffaut: la poetica dell’innocenza, dell’infanzia, della solitudine e della malinconia. La filmografia di François Truffaut mostra in filigrana una genialità che fa perno sulla fragilità dei personaggi, sul loro infinito desiderio di amore e libertà.
Un’indulgenza che non degenera mai nel patetico, nell’ovvio, al contrario, prende forma nella ricerca spasmodica verso l’immaginifico, un limbo tra sguardi, silenzi, parole, ed emozioni. Emozioni, vale a dire le sensazioni che gravitano nell’ambito della soggettività, infuse in immagini reali, il mondo oggettivo.
A tutto questo si ispira Rita Marcotulli la quale così descrive il suo incontro con il cinema del regista francese: “Non conoscevo bene i lavori di François Truffaut e quando un mio amico mi ha fatto vedere Ragazzo selvaggio sono rimasta folgorata, e di lì ne sono seguiti altri come Fahreneit 451 e Baci rubati. Tra l’altro proprio da questo ultimo film è tratta Que reste-t-il de nos amours che avevo già registrato. Ciò che ho fatto in “The Woman Next Door” (Label Bleu) è stato cercare di riportare in musica le emozioni che avevo provato nel vedere i film di Truffaut, più che provare a ricrearne l’atmosfera."
C’è un forte desiderio di ritrovare le atmosfere care a Truffaut, con il lascito del regista, un tipo che, avendo fatto storia a sé, ha avuto una libera relazione con la filosofia del cinema e del sonoro, tuttavia.
C’è un comune sentire – diviso tra Truffaut e Rita – di evocare attraverso i messi a loro più consoni l’ambiguità dell’amore, la nostalgia per l’infanzia e il desiderio di fuga. Tutto questo si rivela in Rita un motore per la sua poetica lirica, romantica, divisa equamente nel momento compositivo e nelle improvvisazioni.
Per realizzare il progetto ho utilizzato sporadicamente le magnifiche colonne sonore composte per i film di Truffaut dai vari George Delerue, Maurice Jaubert, Antoine Duhanel e Bernard Hermann. Il tentativo è stato semmai quello di raccontare in musica quelle stesse storie: da Fahrenheit 451 a L’enfant sauvage, da Jules et Jim a La nuit américaine, dalla saga di Antoine Doinel a (per quanto sorprendente possa parere) Tirez sur le pianiste”.
The Woman Next Door è proposto sia in formazione originale, l’ottetto, sia in versione adattata a quartetto e a volte in duo; si esibiranno al fianco della Marcotulli, Javier Girotto (sax, clarinetto, flauti), Roberto Gatto (batteria), Michel Benita (contrabbasso), Aurora Barbatelli (arpa celtica), Luciano Biondini (fisarmonica) e Maria Teresa De Vito (regia).

Mario Rusca a Campo Ligure

Venerdì 14 Maggio 2010, alle ore 21,30, proseguono alla Taverna del Falco di Campo Ligure (Via Ing. L. Bosco, tel. 010 920264) i grandi concerti jazz, curati dal direttore artistico Alberto Malnati. Di scena, uno dei più grandi protagonisti del jazz italiano, il pianista Mario Rusca, protagonista della scena jazzistica internazionale dagli anni Settanta. Con lui il decano dei bassisti liguri e suo compagno in tanti concerti, Luciano Milanese; completano la formazione Rodolfo Cervetto alla batteria e il sassofonista Claudio Capurro, che si unirà al trio per alcuni brani in quartetto. Il locale è diretto dai fratelli Ferruccio e Danilo Galbiati (nella foto).
Mario Rusca è una delle figure più rappresentative della musica jazz internazionale. Nato a Torino, Mario Rusca vive a Milano, dove divide la sua attività tra concerti jazz e insegnamento alla “Scuola Professionale di Musica Moderna” di Lugano. Storica presenza dell’ormai mitico e rimpianto “Capolinea”, la tana del Jazz milanese, Rusca ha collaborato con alcuni musicisti tra i più significativi degli ultimi decenni: Gerry Mulligan, Chet Baker, Stan Getz, Lou Donaldson. Lee Konitz, Joe Venuti, Franco e Stefano Cerri, Gil Cuppini, Gianni Basso, Luciano Milanese e tanti altri. Mario è anche arrangiatore e nel 1997 la sua big band ha ospitato Jerry Bergonzi, Hal Crook e tanti altri. Le sue ultime incisioni sono state con Tony Scott, Enrico Rava e Lee Konitz. Affianca all’attività didattica una intensa attività concertistica in campo internazionale con diverse formazioni. Il suo tocco misurato ed essenziale è inconfondibilmente la peculiarità del puro musicista jazz.

Enrico Pieranunzi all'Ischia jazz festival

Wandering è il titolo del nuovo album piano solo di Enrico Pieranunzi che verrà presentato sabato 15 maggio alle 22:30 allo ‘O Spasso di Calise ad Ischia. Il grande pianista romano esplora e propone gli aspetti più affascinanti e personali della sua originalissima dimensione musicale. Audaci escursioni pianistiche improvvisate si alternano a temi melodici e a brani di più stretta ascendenza jazzistica in un “girovagare” che fa di questo cd un vero e proprio viaggio, pieno di infinite sfumature e di atmosfere le più diverse e cangianti. Nato a Roma il 5 dicembre 1949 Enrico Pieranunzi inizia lo studio del pianoforte a poco più di cinque anni, pur studiando pianoforte classico viene fortemente influenzato dal jazz grazie al padre chitarrista e appassionato di Django Reinhardt. La fusione dei due generi darà luogo a quello che poi sarà il suo personalissimo stile,un linguaggio che lo colloca in una posizione di grande rilievo nel panorama jazzistico mondiale.Tra le sue ultime opere va ricordato anche, in piano solo, Enrico Pieranunzi plays Domenico Scarlatti, che ha avuto in tutto il mondo responsi entusiastici di pubblico e di critica. In Wandering, prodotto dalla storica etichetta CamJazz, scrive Paul Benkimoun nelle liner notes del cd, Pieranunzi “fonde come non mai intelligenza musicale, dominio assoluto dello strumento e capacità di esprimere le proprie emozioni; e fa correre la fantasia dell’ascoltatore”. L’appuntamento è sabato 15 maggio allo ‘O Spasso di Calise ad Ischia per una serata magica a suon di pianoforte, il tutto nell’ambito della rassegna Ischia Jazz Spring che continuerà fino al 18 giugno.

McCoy Tyner, leone ruggente del jazz

Notizie ed articolo tratto dal sito del Giornale di oggi:
È uno dei grandi eroi della storia del pianoforte jazz, e ogni anno arriva puntualmente al Blue Note animando le serate più «calde» del club milanese di via Borsieri. L’anno scorso ha fatto una tirata di sei giorni (due concerti per sera), questa volta si limita a tre (sei spettacoli), da stasera a venerdì. È Alfred McCoy Tyner, il pianista di Filadelfia, classe 1938, dalla straordinaria potenza e duttilità sonora che arriva con i fidi Gerald Cannon al contrabbasso e Eric Kamau Gravatt alla batteria. A completare il quartetto, torna il sassofonista Gary Bartz (che fu al Blue Note con Tyner nel 2007) mentre l’anno scorso c’era il trombettista Christian Scott. Tyner - anello di congiunzione tra i suoi maestri Art Tatum e Bud Powell e i jazzmen moderni - ha superato brillantemente alcuni problemi di salute, e torna a essere il più fecondo ispiratore dei pianisti moderni. Il suo suono è unico, e dominato dal contrasto sulla tastiera fra i fraseggi e le rapide fantasie melodiche della mano destra e i coloriti blocchi di accordi della sinistra. «Tyner suona il pianoforte come un leone ruggente», ha detto il critico Bill Cole, e questa è ancora una delle definizioni che meglio descrive l’artista. Che esplose nei primi anni Sessanta suonando nel fantastico quartetto di John Coltrane (con cui aveva collaborato dal vivo poco tempo prima, per una settimana di concerti, in cui Tyner scrisse e regalò a Coltrane la celebre The Believer) per cinque anni; il primo organico comprendeva Steve Kuhn, Steve Davis, Pete LaRoca; quello più celebre - definito il più importante quartetto della storia del jazz - Tyner, Reggie Workman (poi Jimmy Garrison) e l’uragano Elvin Jones alla batteria. Presto però Tyner, dopo aver partecipato ad album come Live at the Village vanguard e A Love Supreme, quasi stordito dalle esplorazioni e dagli esperimenti coltraniani, se ne andò per la sua strada. Il suo eclettismo lo portò a viaggiare persino nei territori del rhythm’n’blues con Ike e Tina Turner e col blueman Jimmy Witherspoon, prima di formare una band con Sonny Fortune e di incidere dischi importanti come The Real McCoy insieme con stelle come Joe Henderson, Ron Carter e di nuovo Elvin Jones. Maestro del post bop, incide decine di dischi come Time For Tyner e Extensions, prima di raccogliere i frutti del successo nel 1972 con Sahara che la critica premia come disco dell’anno, lavoro che anticipa la world music. «L’Africa, l’India, il mondo arabo, la musica classica: tutti i generi sono legati fra loro», dice Tyner, che si allarga pericolosamente anche alla fusion e al jazz rock. Ma riprende sempre la via maestra con uno stile che trae la sua emozionalità dalla potenza sonora. Suono forte uguale rumore, ma non nel caso di Tyner, la cui potenza è rafforzata da un infinito vocabolario melodico. «Devi diventare tutt’uno con lo strumento», dice lui, che intanto ha lavorato con tutti i grandi del jazz moderno, da Sonny Rollins a Eric Dolphy, da Art Blakey a Michael Brecker e che recentemente ha collaborato con Joe Lovano, ha inciso con accompagnamento d’archi e arrangiato i suoi brani per big band, privilegiando la ricerca, guidando numerose formazioni e incidendo negli anni ’80 e ’90 notevoli dischi solisti (c’è chi dice che quando suona in solitudine raggiunga l’apice della sua creatività) come Revelations e lo splendido Soliloquy. Oggi gira il mondo con il suo trio e un quarto artista ospite che spesso cambia, allacciandosi alla tradizione ma proiettandosi nell’attualità e regalando, soprattutto in concerto, quelle forte emozioni che hanno spinto la critica ad affermare: «La sua musica è esultanza, è l’esuberanza della vita vissuta».

Ecco un video del Mccoy Tyner Quartet, con Gary Bartz registrato al Festhalle, 21st International Jazzfestival Viersen in Germania, il 22 settembre del 2007 che presenta una splendida versione di Fly With The Wind

martedì 11 maggio 2010

Grandi chitarristi all'Auditorium Parco della Musica di Roma

I prossimi 18 e 19 maggio sono in programma due serate con grandi chitarristi jazz all'Auditorium Parco della Musica di Roma.
Martedì 18 maggio, presso la Sala Sinopoli a partire dalle ore 21, concerto della Mike Stern Band special guest Richard Bona.
Mike Stern è uno dei migliori chitarristi della sua generazione. Nato a Boston nel 1953, comincia a suonare sotto l'influenza blues e rock di BB King, Clapton ed Hendrix. Frequenta il Berklee College of Music di Boston all'inizio degli anni ‘70 e negli ambienti jazz di Wes Montgomery e Jim Hall acquisisce il suo stile distintivo. Nel 1976 suona per due anni con i Blood, Sweat & Tears. Dopo un periodo di collaborazione con il gruppo di Billy Cobham, suona con Miles Davis, con il gruppo Word Of Mouth di Jaco Pastorius, con il maestro del sax soprano David Sanborn e, più tardi, con il vibrafonista Mike Mainieri e con il sassofonista Michael Brecker. Mike è stato membro del quintetto di Michael Brecker e ha costituito un gruppo itinerante con Bob Berg, con il batterista Dennis Chambers e il bassista Lincoln Goines e si è unito alla Brecker Brothers Band. Il 1986 vede Stern al suo album di debutto Upside Downside, con Sanborn, Pastorius e con il batterista Dave Weckl. Il successo di Stern con il suo album è tanto sorprendente da fargli guadagnare il premio come miglior chitarrista jazz dell’anno e la nomination per Is What It Is e Between The Lines. Play del 1999 e Voices del 2001 sono ampiamente riconosciuti come i suoi lavori più corposi: il primo è un lavoro “a sei corde” con gli amici John Scofield e Bill Frisell, il secondo è caratterizzato da uno stile lirico e melodico con influenze musicali da tutto il mondo.
La formazione sarà composta da Mike Stern chitarra, Bob Malach sax, Richard Bona basso elettrico, voce, Dave Weckl batteria.

Mercoledì 19, presso la Sala Santa Cecilia, alle ore 21, concerto di John McLaughlin and the 4th Dimension.
«Il gruppo “4th Dimension” è il risultato di molti anni di collaborazione fra musicisti di tradizione, orizzonti e culture diverse (est e ovest). La musica di questo gruppo integra con brio queste influenze particolari, nella tradizionale spontaneità del jazz. Gary Husband è un vero “multi-strumentalista”: nel “4th Dimension” suona alle tastiere, ma anche la batteria con sorprendente facilità. Ha suonato con numerosi musicisti, in particolare con Allan Holdsworth, Jack Bruce, Jeff Beck, Mike Stern, Christian Mc Bride, Billy Cobham, Mike e Jan Carr, Yaron Herman, Bob Berg, Gary Moore, Level 42 e Robin Trower. Ha anche, in quanto leader, girato e registrato con i suoi gruppi che hanno incluso musicisti come Randy Brecker, Jerry Goodman, Matthew Garrison, Jim Beard e suona con me da 4 anni in concerto e in studio. La reputazione di Mark Mondésir, formidabile batterista è stabile ormai da molto tempo. È stato molto attivo sulla scena londinese con musicisti quali Courtney Pine, Julian Joseph e sulla scena internazionale con McCoy Tyner, Ravi Coltrane, Gary Thomas, Wynton and Branford Marsalis, John Scofield, Jeff Beck, Joe Zawinul e la lista è lunga... Mark ha iniziato a registrare con me nel 1995, e ha continuato regolarmente negli ultimi anni. Etienne Mbappé è uno dei più grandi bassisti dei giorni nostri. Ha suonato con artisti del calibro di Ray Charles, Salif Keita, Manu di Bango, Steps Ahead e anche con il gruppo fusion parigino “UltraMarine”, prima di creare il suo proprio gruppo “Su La Take”. Etienne si è appena aggiunto al gruppo e Gary, Mark e io siamo molto felici della sua presenza. A fine novembre 2009, abbiamo registrato un nuovo album “To The One”. Spero che voi sappiate trovare nella musica che suoniamo qualcosa che vi parli in un modo che non avete mai sentito.» John McLaughlin.
La formazione darà composta da John McLaughlin chitarra, Gary Husband tastiere, batteria, Etienne Mbappé basso elettrico, Mark Mondesir batteria.

lunedì 10 maggio 2010

Seres di Mai 2010 ad Artegna (Ud)

Al via l’edizione 2010 della rassegna “Seres di Mai”, iniziativa organizzata dall’associazione “Amici del Teatro” di Artegna e giunta alla 14ma edizione. Contenitore culturale che ogni anno offre al pubblico eventi di grande respiro valorizzando produzioni, artisti e interpreti friulani di diversi generi, dimostrando una particolare sensibilità per le radici, la storia, la tradizione e il patrimonio del territorio, “Seres di Mai” propone tre appuntamenti (con alcune proposte inedite) tra musica, teatro e multimedialità. Linguaggi diversi, che attraverso le loro espressioni, interpreteranno il tema di fondo di questa edizione: l’uomo e il suo incontro con se stesso, con gli altri, con Dio. Questo sarà, infatti, il filo conduttore delle serate in programma al Nuovo Teatro Monsignor Lavaroni (piazza Marnico 20, Artegna), realizzate con il sostegno della Provincia di Udine, il patrocinio dell’Ert (Ente regionale teatrale del Fvg) e il supporto degli sponsor: Iob Silvano & C., Eurotech e Cignini arredamenti. Oggi (martedì 4 maggio), nella sede dell’Ert Fvg, a Udine, la presentazione ufficiale del cartellone da parte del presidente degli “Amici del Teatro” Mauro Facini, dell’assessore alla cultura del comune di Artegna, Giuseppina Cozzutti e Renato Manzoni, direttore dell’Ert Fvg, il circuito teatrale regionale del quale fa parte la struttura arteniese e l’associazione Amici del Teatro che ne gestisce l’attività con risultati lusinghieri, specie per quel che riguarda il coinvolgimento dei giovani e del territorio. Alla presentazione sono intervenuti anche il maestro Cristiano Dell’Oste (per il Coro Fvg), Antonella Maurizio e Maria Rosa Loffreda per il secondo e terzo spettacolo in programma.
La “prima” di “Seres di Mai” 2010 è per lunedì 10 maggio alle 20.45. Il Nuovo Teatro Monsignor Lavaroni ospiterà un concerto in cui s’intrecceranno musica classica e jazz. Numerosi gli interpreti coinvolti: dalla Big Band Bulgara “Brazz Association”, al Coro del Friuli Venezia Giulia (direttore il maestro Cristiano Dell’Oste), dai tre solisti Claudio Mansutti (clarinetto), Maximiliano Naselli (pianoforte), Marta Raviglia (voce) al maestro Paolo Paroni, elemento unificante delle diverse componenti, al quale è affidata la direzione dell’intera performance che si aprirà con “Prelude, Fugue and Riffs”, brano in tre movimenti di Leonard Bernstein.
Il momento clou della serata coinciderà con l’esecuzione dei “Sacred Concerts” di Duke Ellington. Una proposta musicale suggestiva e coinvolgente che verrà riproposto il giorno successivo (11 maggio) al Musik Verein di Klangenfurt e per il 2011 sono previste repliche a Trieste e a Tel Aviv.
La rassegna prosegue giovedì 20 maggio (ore. 20.45) con lo spettacolo multimediale “Croseris Vitae”, ideato dal fotografo gemonese Claudio Tuti e dal gruppo musicale “¿Cuinon?” che, recentemente, ha pubblicato l’album “Marcjadant di storis”. Quattro temi, stessa trama: l’incrocio come possibilità di scegliere, di cogliere al volo nuove opportunità per cambiare, d’incontrare persone (anche diverse da noi) e, soprattutto di dare un significato alla vita.
Con il terzo appuntamento, in programma giovedì 27 maggio (ore 20.45), si chiude la rassegna primaverile di Artegna. Nel terzo atto della manifestazione verrà presentata, per la prima volta in regione, “Il caffè delle due”, nuova produzione del Teatro al Quadrato realizzata in collaborazione con Teatri in movimento- Forum teatro di Carpi. Il testo della commedia teatrale è scritto da Claudio Mariotti e interpretato da Maria Giulia Campioli e Gaia Davolio. Le protagoniste del testo dell’autore-regista tarcentino, sono due donne che, con vite differenti e autonome, condividono lo stesso spazio e hanno un unico momento in cui s’incontrano: il caffè delle due. Che per entrambe rappresenta un piccolo spazio per confrontarsi, scontrarsi, ridere e piangere della propria vita ma anche per guardarsi dentro e affrontare questioni che spesso, per mancanza di tempo ma anche volutamente, vengono tralasciate.
Il teatro Monsignor Lavaroni, inoltre, venerdì 14 maggio, alle 20.30 ospiterà la presentazione del libro “U.T. Gandhi – Diario di un’autodidatta”. Un excursus sulla storia del jazz degli ultimi 30 anni scritta da Matteo Bellotto e raccontata da uno tra gli interpreti friulani più noti: U.T. Gandhi.

George Lewis all'Auditorium Parco della Musica

Giovedì 27/05/2010 alle ore 21 presso la Sala Petrassi dell'Auditorium Parco della Musica di Roma, George Lewis conducts PMJO "A Power Stronger Than Itself".
Un incontro straordinario che vedrà protagonisti la PMJO Parco della Musica Jazz Orchestra e due grandi musicisti esponenti di spicco della musica improvvisata: il trombonista e compositore George E. Lewis e la compositrice e virtuosa di Koto, la cetra giapponese a diciassette corde, Miya Masaoka. In programma le composizioni più recenti di Lewis.
George E. Lewis insegna musica americana alla Columbia University ed è compositore residente nel 2010 all’Accademia Americana a Roma. Ha studiato composizione con Muhal Richard Abrams alla AACM School of Music e trombone con Dean Hey. Membro della AACM Association for the Advancement of Creative Musicians dal 1971, ha lavorato come compositore e improvvisatore registrando oltre 130 dischi. Ha collaborato con alcuni dei maggiori musicisti contemporanei come Anthony Braxton, Count Basie, David Behrman, David Murray, Gil Evans e Michel Portal. Miya Masaoka è musicista, compositrice, sound artist, virtuosa di Koto celebre per le sua tecnica improvvisativa e per la sensibilità musicale. Ha scritto lavori per koto ed elettronica, Koto Laser, laptop, orchestre, orchestre da camera e cori misti. Nei suoi lavori indaga il suono e il movimento degli insetti così come la risposta fisiologica delle piante, il cervello umano e il suo stesso corpo.

domenica 9 maggio 2010

Mary Lou Williams Women in Jazz Festival

Dal 20 al 22 maggio, il Kennedy Center di Washington presenta l'annuale Mary Lou Williams Women in Jazz Festival, giunto quest'anno alla 15a edizione.
Quest'anno in onore del 100° anniversario della nascita di Mary Lou Williams, questa edizione del Women in Jazz Festival mette in evidenza le composizioni e gli arrangiamenti della stessa Williams. Il gruppo vocale della Howard University "Afro Blue", aprirà il concerto di ogni serata con un lavoro vocale di Mary Lou Williams, organizzato dal direttore artistico, Connaître Miller.
Dee Dee Bridgewater e la batterista Terri Lyne Carrington presenteranno ogni sera dei concerti che metteranno in mostra musicisti di sesso femminile che seguono le orme della sublime Mary Lou Williams. I concerti saranno registrati e trasmessi nella trasmissione radiofonica della Npr, JazzSet.
Il concerto di apertura giovedi, 20 maggio, presenta un quintetto di all-star composto da Dee Dee Bridgewater, Geri Allen, Terri Lyne Carrington, Esperanza Spalding, e Grace Kelly, più un concerto della vincitrice del concorso Women in Jazz Competition del 2009, la pianista Carmen Staaf.
Venerdì, 21 maggio, la cantante Catherine Russell ritorna al Terrace Theater dopo la standing ovation che ricevette durante il Festival del 2007. Quindi Sherrie Maricle e DIVA riprendono alcune delle più famose composizioni della Williams.
Sabato 22 maggio, La big band femminile californiana Ann Patterson's Maiden Voyage esegue set che include alcune delle composizioni scritte da Mary Lou Williams per la Duke Ellington Orchestra. Mentre la sassofonista Virginia Mayhew ritorna al Festival dopo un'assenza di dieci anni, con piccolo gruppo per omaggiare la divina signora Williams.
Il culmine del Festival è la Mary Lou Williams Collective con la pianista Geri Allen, direttore musicale, la vocalist Carmen Lundy, e gli Afro Blue che eseguono i capolavori jazz di Mary Lou Williams.
Secondo il Washington Post il festival "la dice lunga sul contributo delle donne hanno dato - e continuano a dare - al jazz sia qui che all'estero".

Sul sito del Kennedy Center è presente un bell'articolo intitolato Mary Lou Williams: First Lady of the Jazz Keyboard di cui pubblichiamo un estratto:
When Mary Lou Williams appeared at St. Paul’s College in Lawrenceville, Virginia, in April 1978, I drove down and had my first meeting with someone I had long admired. Following her concert, I approached her about participating in a program in Richmond for which I was Artist-in-Residence, funded through the Special Arts Project of the Emergency School Aid Act (ESAA).
Mary Lou Williams with the Andy Kirk Band The selection of participants was my responsibility as Artist-in-Residence; I wanted to bring to Richmond the very best, and to have them interact with students, faculty, and the community. During Mary Lou’s first visit, on December 4 and 5, 1979, she offered one public concert, two youth concerts, and a master class for teachers in the Richmond public schools. For the December 4 concert, a Baldwin piano was to be sent over to John Marshall High School (the evening’s concert venue) by the local music store. While Mary Lou and Father Peter O’Brien (a Jesuit priest and jazz historian, and her manager) were en route to Richmond, a telephone call alerted me to the fact that the piano had been dropped, and that there was absolutely nothing that could be done about sending over a replacement.
A relatively decent grand piano was located in the high school’s choir room, and we moved this piano into the auditorium. I arrived at Mary Lou’s hotel long before our appointed hour, and when she and Father O’Brien arrived I suggested that she go over to the auditorium ahead of schedule, allowing her sufficient time to test and become familiar with the piano. Mary Lou responded, "I don’t need to test the piano. During my sixty-plus years of playing, doing all those one-nighters, I’ve had to play on all kinds of pianos. If a few keys aren’t working, you merely make the necessary changes. It makes you a better musician, having to transpose to different keys. [Art] Tatum played his best when keys were missing."
Such was my first formal introduction to "the lady with the amazing talent."
Mary Lou visited again in April 1980, as Resident Eminent Scholar at Virginia State University in Petersburg, and presented one formal concert, two master classes, and several consultations and advising sessions. The next month she led two sessions in improvisation for teachers in the Richmond Public Schools.
Over a period of five months, Mary Lou and I enjoyed many hours of good conversation—while driving from place to place, or between activities— which resulted in a "Conversation" published in The Black Perspective in Music (Fall 1980) as well as a profile of Mary Lou in my book, Black Women in American Bands and Orchestras (Scarecrow Press, 1981). I delivered the book to her personally, three weeks prior to her death in Durham, North Carolina. A bedridden Mary Lou was pretty much out of it, but my vivid remembrances of that visit are a telephone call from Dizzy and Lorraine Gillespie (who Mary Lou said called regularly, as did bassist/vocalist Carline Ray) and a steadily moving right foot, keeping rhythm to whatever tune was running through her head.
Si può leggere il resto dell'articolo a questo indirizzo.

sabato 8 maggio 2010

Mehldau e Redman al Parco della Musica di Roma

Questa sera alla ore 21, presso la Sala Sinopoli dell'Auditorium Parco della Musica di Roma concerto del duo composto dal pianista Brad Mehldau e dal sassofonista Joshua Redman.
Un concerto imperdibile, un incontro straordinario tra uno dei migliori pianisti di oggi, Brad Mehldau e uno dei migliori tenorsassofonisti della scena mondiale, Joshua Redman. Un concerto che si preannuncia come uno degli eventi musicali dell’anno, una serata di grande jazz e molte sorprese.
Il sassofonista Joshua Redman e il pianista Brad Mehldau hanno suonato per la prima volta insieme nel quartetto di Redman negli anni novanta, l’era dei “giovani leoni del jazz”. Negli anni successivi i due musicisti, entrambi nominati ai Grammy, sono cresciuti come leader nei loro rispettivi ensemble, raggiungendo il successo di pubblico e di critica internazionale e facendosi strada come nuove icone del jazz contemporaneo. La forma del duo ridona una nuova dimensione a questi due amici nella quale possono creare musica che connette in profondità con lo spirito.
Negli ultimi anni nessuno ha rivoluzionato il mondo del pianismo jazz come Brad Mehldau. Nessuno come lui riesce a condensare in un unico, inimitabile stile, la raffinatezza armonica, la ricerca introspettiva e la coralità della polifonia. La sua tecnica è formidabile, non si limita al puro accompagnamento, ma offre costantemente un vero e proprio dialogo con la linea melodica principale, creando spunti sempre nuovi che poi prendono vita propria e danno un senso polifonico alla composizione.
Joshua Redman, figlio del famoso sassofonista Dewey Redman, a soli 10 anni imbraccia il sax tenore. Nel 1991 partecipa al Thelonius Monk International Jazz Saxophone Competition, vince la competizione e da allora comincia a registrare con Elvin Jones, Charlie Haden, Jack DeJohnette, Pat Metheny, Roy Hargrove, the Mingus Dynasty and Big Band, Red Rodney, Paul Motian. Oggi è considerato uno dei più importanti tenorsassofonisti del mondo con uno stile e linee melodiche inconfondibili.

Ed ecco un video del duo ripreso allo Skidmore College di Saratoga lo scorso 16 aprile