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giovedì 27 maggio 2010

Màrcio Rangel: Capua si tinge di sonorità verde-oro

In occasione della sesta edizione della kermesse “Luogo della Lingua Festival” promossa dall’associazione “Architempo” che coinvolge la città di Capua ogni anno e che vede la letteratura formare coalescenze sublimi con cinema, teatro, arte visiva, audiovisiva e multimediale, musica e tutte le sue frizzanti sfumature, l’architettura, la scultura e la fotografia. Una varietà espressiva che appartiene e che non poteva non essere celebrata a Capua, uno dei luoghi simbolo dell’espressione che prima di ogni altra ci appartiene, la lingua italiana. Capua, considerata da Cicerone “Porta del Sud” fino all’Unità d’Italia, custodisce la “Carta di Capua” o “Placito Capuano”, documento riconosciuto dagli storici come il primo del volgare italiano, quindi vanto per il patrimonio linguistico e culturale.
Nella splendida location di Palazzo Lanza, Storica costruzione quattrocentesca, venerdì 28 maggio, va in scena il chitarrista - compositore brasiliano Marcio Rangel. Il superbo musicista di Rio Grande do Norte ha iniziato a suonare chitarra (elettrica ed acustica) da autodidatta, per poi perfezionarsi presso il Conservatorio di D'Alva Stella (RN). A 17 anni forma il suo primo gruppo, suonando e registrando con vari artisti della sua amata terra, e grazie alla partecipazione in numerosi seminari di musica in Italia che sviluppa la sua tecnica “distinct-tecnique”, suonando da mancino con la chitarra destrorsa. Le peculiarità di questa tecnica sono suonare le note basse con l'anello al mignolo e la melodia con pollice, indice e medio. In questo modo si ottiene un suono spigoloso e di volume sui bassi e vellutato e delizioso nelle altezze superiori, dando vita a nuove posizioni d’accordo. Il suo primo lavoro "Palavras do Som" (parole di suono) in qualità di solista e compositore, è stato licenziato nel 2002 dalla casa discografica italiana "Azzurra Music" (Verona). Integrandolo nel florilegio della collezione "Guitar Masters Club" (di cui ne fanno parte Toquinho, Paulinho, Nogueira, Irio De Paula, Eros Roselli). Nel 2003, la rivista italiana “Guitar Player” recensisce "Palavras do Som", citando la tecnica unica di Márcio, e paragonandolo al "guru della musica brasiliana" Egberto Gismonti, raccomandando a coloro che amano veramente la tradizione chitarristica brasiliana. La composizione "Romance do Sertão" ha debuttato nel "Museo di Santa Maria della Scala (Siena) dove ha ricevuto ampio successo di consensi in diversi periodici musicali. Egli ha ricevuto molta attenzione dalla stampa europea, tra cui una intervista della rivista “New Age”, mettendolo sullo stesso piano di artisti internazionali come Pierre Bensusan, Regina Carter, Bliss, Shaurasia e altri. Ha anche ricevuto un premio per la composizione al Concorso Internazionale di Chitarra di Poggibonsi Siena. Degne di nota le sue collaborazioni in numerosi concerti in duo e trio, che gli hanno permesso di calcare le migliori platee e Festival Internazionali con: Fabrizio Bosso, Gilson Silveira, Rogerio Botter Maio, Ricardo Da Silva, Ettore Bonafé, Roberto Taufic, Cacau Arco Verde, Wagner Tse, Henry Kneuer, Giovanni Palombo.
Quindi lasciamoci pervadere dalle scintille anìmiche di Marcio, magari degustando un buon Falerno D.O.C. rapiti dalle alchimie cerebrali di questa splendida “Terra di Lavoro”.

Ecco un video di Màrcio Rangel in duo con Fabrizio Bosso, che presentano una bella versione di O Grande Amor, live al al Centro Civico di Tavagnacco (UD) nel 2009

Il vocalist Elling in sintonia con i maestri

Sul sito del quotidiano San Francisco Chronicle è stato pubblicato uno splendido articolo con intervista del grandissimo vocalist Kurt Elling, in occasione del concerto che terrà domenica prossima nella città californiana insieme alla Count Basie Orchestra, dove proporrà una rivisitazione della straordinaria musica nata dall'incontro negli anni '60 tra Frank Sinatra e la originale Basie Orchestra.
Ecco un estratto dell'intervista:
"That music is fully ingrained in my consciousness," says Elling, the Grammy-winning vocalist who counts Sinatra among the many musicians and poets who've fed his expansive art. "To sing these charts with the Basie band is a thrill of a lifetime, and that's not hyperbole or exaggeration. I've worked with a number of big bands, but there's nothing in life like the Basie band."
Sinatra was equally jazzed about merging his voice with the band's bracing sound. "I've waited 20 years for this moment," Sinatra said when he began recording the "Sinatra-Basie" album in 1962. It was the first of three collaborations with the minimalist piano master and his orchestra, which epitomized the relaxed propulsion of swing. Basie died in 1984, but the band continues under the leadership of trombonist Bill Hughes.
Elling, a literary-minded musician who was studying at the University Chicago Divinity School in the early '90s when he heard the siren call of jazz, will sing a number of tunes from the live 1966 Basie-Sinatra summit, "Sinatra at the Sands." He may do "Street of Dreams" or "You Make Me Feel So Young," "I've Got You Under My Skin" or perhaps "One for My Baby." SFJazz, which is producing the show, got the original charts from the Quincy Jones Archives in Los Angeles.
A largely self-taught singer with a rich, fluid baritone voice, Elling is equally adept interpreting ballads, scatting on standards and setting his original lyrics to improvised jazz solos, in the tradition of vocalese masters like Jon Hendricks. But unlike Hendricks - a prime inspiration, as is former San Francisco singer Mark Murphy - Elling draws on and refers to poets as diverse as Rumi, Rilke and Rexroth in his work.
"I've tried to educate myself in the world and what's beautiful and what has meaning and is lasting. Then I just follow my intuition and see how it fits," says Elling, who has created multidisciplinary works for Chicago's Steppenwolf Theatre.
He's on the phone from the Los Angeles recording studio where he and famed pop producer Don Was are working on Elling's new disc, "The Gate." Like his cinematic 2007 album, "Nightmoves," which encompassed everything from a bopping Betty Carter tune to Elling's musical setting of the Theodore Roethke poem "The Waking," the new record bridges a range of material and arrangements. The mix includes the Miles Davis-Bill Evans classic "Blue in Green" and King Crimson's "Matte Kudasai."
"We're trying to get a sound that is a signature event, in terms of the material and the way the arrangements play themselves out," says Elling, 42, who won this year's Grammy for best jazz vocal album for "Dedicated to You: Kurt Elling Sings Coltrane and Hartman." He aims for an album that "has a heft, a kind of ethos, not just a record with a bunch of tunes."
Elling loves the signature sound of those evergreen Basie-Sinatra records. Some records define a certain kind of music, "the way certain things in life sound," he says, and those albums do that.
"These were artistically mature men, emotionally and intellectually in their creative prime," Elling says. This music, he adds, expresses the experiences of men who are "broken-hearted but strong, bloodied but unbowed." As for Sinatra, "he sings with this incredible sense of swing, completely relaxed in every setting. He only chooses material he can get 100 percent behind."
A questo link è possibile leggere l'articolo integrale.

Ecco un video di Kurt Elling, che presenta una splendida versione di My Foolish Heart, registrata al Montreal Jazz Festival il 4 luglio 2007.

Il Jazz in Italia: dallo Swing agli anni '60, concerto di presentazione

Venerdi' 28 maggio all'Auditorium Parco della Musica di Roma il concerto di presentazione del secondo volume del critico Adriano Mazzoletti dal titolo "Il Jazz in Italia. Dallo swing agli anni Sessanta" (EDT) con la partecipazione di oltre 50 musicisti del jazz italiano, in un concerto che sarà trasmesso in diretta su Radio3 a partire dalle ore 21.
La storia del grande jazz italiano rivive per una sera all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Più di cinquanta musicisti si esibiranno venerdì 28 maggio alle ore 21 nella Sala Petrassi per presentare il nuovo libro di Adriano Mazzoletti, "Il Jazz in Italia. Dallo swing agli anni Sessanta", pubblicato da EDT.
Alla conversazione a più voci tra esperti di jazz italiano e non solo - Leone Piccioni, Marcello Piras, André Clergeat, Marco Santoro e naturalmente l’autore del testo, Adriano Mazzoletti - si alterneranno momenti musicali dedicati alla straordinaria stagione del jazz italiano dal secondo dopoguerra agli anni Sessanta.
Si esibiranno formazioni storiche riunitesi per l’occasione, come il Sestetto Dino & Franco Piana con Sandro Deidda, i Saxes Machine di Bruno Biriaco, il Trio Amedeo Tommasi-Giovanni Tommaso-Franco Mondini e la Nuova Roman New Orleans Jazz Band, alcuni fra i protagonisti di quegli anni, da Giampiero Boneschi, a Gianni Coscia, a Carlo Loffredo, e artisti della scena attuale come Enrico Pieranunzi (anche in veste di musicologo e autore dell’introduzione al volume), Rosario Giuliani, Ramberto Ciammarughi, Franco Piana, Luca Begonia e il Quintetto Swing di Emanuele Urso. La St. Louis Big Band diretta da Antonio Solimene infine renderà omaggio all’opera di Piero Piccioni con la voce della figlia Valentina e Marcello Rosa al trombone.
A Piero Angela il compito di introdurre la serata, alternando le digressioni degli esperti ai brani, tra swing, dixie e jazz di oggi.
Per ascoltare in diretta il concerto clicca qui.

È il 1943: mentre dalla Sicilia le truppe americane risalgono lo Stivale, liberandolo dal nazifascismo, il jazz si afferma definitivamente come la musica del momento nelle sue varianti – dai solisti nei piccoli club alle grandi orchestre, dell’EIAR prima e della RAI poi. Attraverso la radio, artisti come Piero Piccioni, Armando Trovajoli, Oscar Valdambrini, Giampiero Boneschi e Gianni Basso portano definitivamente il jazz nelle case italiane. Adriano Mazzoletti, in questo secondo volume de Il Jazz in Italia, soppesa e descrive gli eventi che nei tre decenni dal ’35 al ’65 circa hanno plasmato il suono italiano: attraverso ritagli di giornale, carteggi privati, archivi pubblici e ordini di servizio, programmi radio, film, registrazioni di concerti e molti altri documenti, Mazzoletti mette in risalto l’abilità di quei musicisti-pionieri, che nel dopoguerra hanno saputo declinare il linguaggio del jazz rispetto alla canzone e alla musica “ufficiale” unendo il gusto per la melodia allo swing americano. Nei due tomi che compongono il volume c’è spazio anche per la storia recente d’Italia, dalla Liberazione alle prime elezioni del ’48 fino agli anni Sessanta della DC. Scorrono le vicende musicali e non solo delle grandi città come Roma (capitale del cinema, e quindi delle colonne sonore), Milano (epicentro dell’editoria musicale), Torino (sede della grandi orchestre), ma – per la prima volta – viene pesato l’apporto della provincia, ben più di una semplice periferia jazz dell’impero. È in centri come Perugia, Pescara o Verona infatti che negli anni ’70 nasceranno i grandi festival, destinati a durare negli anni, mentre è nell’area americanizzata di Trieste (il famoso TLT – Zona A) o durante la Liberazione nel Foggiano, da cui partivano gli aerei statunitensi, che il jazz italiano può confrontarsi liberamente con quello d’Oltreoceano.
Parallelamente a tutto questo, Mazzoletti compila un poderoso apparato di scritti altrui, documenti d’epoca, indici di consultazione. Una vera e propria geografia del jazz italico, utile per districarsi nel ramificato mondo dei nomi, delle orchestre e della critica del periodo, che attraverso la carta stampata ha esercitato un ruolo basilare nello sviluppo e nella crescita di un suono, quello italiano, oggi riconosciuto internazionalmente a livelli di eccellenza.

Per acquistare il libro dal sito Internet Book Shop è possibile visitare questo indirizzo.

mercoledì 26 maggio 2010

Podcast - Keith Jarrett Trio Live at Allentown

La trasmissione A Todo Jazz dell'emittente di stato spagnola Radio 3, ha trasmesso recentemente un concerto del trio di Keith Jarrett, con Gary Peacock al contrabasso e Paul Motian alla batteria, registrato al Deer Head Inn della sua citta natale Allentown nel 1982.

Qui è possibile ascoltare il concerto in streaming, o scaricare il podcast in formato Mp3.

James Carter At Newport su JazzSet

La celebre trasmissione radiofonica della NPR, JazzSet condotta da Dee Dee Bridgewater, ha presentato questa settimana un magnifico concerto del sassofonista James Carter live al Newport Jazz Festival.

Qui si può ascoltare questo strepitoso live:

Al Di Meola al Blue Note di Milano

Notizia tratta dall'edizione milanese del sito del Corriere della Sera:
Dall'Argentina alla Spagna passando per il Marocco e, naturalmente, l'Italia. È un giro del mondo sulle sei corde quello che Al Di Meola regala con i suoi concerti. Un viaggio che da mercoledì 26 a venerdì 28 maggio si ripeterà due volte per sera al Blue Note. Un rapporto particolare lega il musicista italoamericano a Milano. Al Di Meola torna spesso a suonare in città e uno dei due dischi della serie «World Sinfonia», uscito nel 2008, si intitola proprio «La Melodia: live in Milano». Sul palco l'artista sarà accompagnato da Fausto Beccalossi alla fisarmonica, Peo Alfonsi alla chitarra, Gumbi Ortiz alle percussioni, Peter Kaszas alla batteria e Victor Miranda al basso.
In una performance che mette in luce l'anima più acustica di Al Di Meola. Fatta eccezione per un ritorno di fiamma di quattro anni fa, immortalato dal dvd del concerto di Leverkusen, il chitarrista imbraccia sempre meno la chitarra elettrica. Una scelta obbligata anche dai disturbi all'udito causati da anni di volumi troppo alti. Dei suoi 55 anni, infatti, Di Meola ne ha trascorsi più di 30 sul palco e in sala di registrazione. Nel 1974, non ancora ventenne, si è unito a Chick Corea nella band dei Return to Forever. In breve tempo si è fatto strada a suon di assoli velocissimi e di una tecnica innovativa. Caratteristiche racchiuse già nel suo primo album solista, «Land of the Midnight Sun», datato 1976.
Tante le collaborazioni prestigiose nel corso della sua carriera: dall'esperienza con Paco De Lucia fino a quella tutta italiana con Pino Daniele. Album dopo album il nome di Al Di Meola è diventato sinonimo di «fusion». Per avere un'idea del suo stile basta ascoltare il suo secondo lavoro, «Elegant Gypsy», in cui le sperimentazioni jazz incontrano le influenze latine. Il risultato è uno stile che per ben 14 volte gli vale il titolo di «miglior chitarrista» assegnato dalla rivista Guitar Magazine.

Ecco un video di Di Meola live a Burghausen (Germania) il 19 marzo 2009

To The One - John McLaughlin 4th Dimension

Nelle note di copertina di To the One, il chitarrista John McLaughlin, scrive un breve saggio sulla profonda ispirazione che A Love Supreme di Coltrane ha avuto su di lui sia musicalmente che spiritualmente. Nella Mahavishnu Orchestra, quel debito era evidente; inoltre McLaughlin ha anche reso omaggio diretto al sassofonista sull'album After the Rain, che presentava non solo materiale di Coltrane, ma vedeva anche la partecipazione del batterista Elvin Jones.
Con il suo gruppo 4th Dimension, formato da Gary Husband alle tastiere; Mark Mondesir alla batteria e il bassista camerunense Etienne M'Bappé - McLaughlin esplora un jazz elettrico che è profondamente e direttamente in debito con la musica modale e di interazione lirica di Coltrane, come anche negli aspetti emotivi e spirituali delle espressioni del sassofonista.
Questo è davvero una delle migliori registrazioni di jazz-rock disponibili. La musicalità e l'energia del gruppo dovrebbe essere un modello per qualsiasi aspirante musicista professionista. Questo è un gruppo veramente eccezionale guidato da uno dei migliori chitarristi in circolazione. E sicuramente diventerà uno dei classici di tutti i tempi di questo genere.

Per acquistare l'album dal sito CdUniverse, potete visitare questo indirizzo.

Ed ecco il video di The Fine Line, tratto dall'album

Le polifonie vitali di Charles Mingus

Il sito Il Recensore.com ha pubblicato una bella recensione del libro di Stefano Zenni, Charles Mingus. Polifonie dell’universo musicale afroamericano, pubblicato da Stampa Alternativa nel 2007.
Ecco un estratto dell'articolo:
Il libro è incentrato principalmente sull’opera del grande compositore e contrabbassista jazz soffermandosi anche sulla sua vita e su un periodo storico americano difficile ma pieno di fermento culturale.
Stefano Zenni analizza i brani storici di Charles Mingus seguendo un filo concettuale più che cronologico addentrandosi nei meandri della sua musica e spiegando ogni singolo dettaglio con la precisione di un giornalista e la passione di un fan.
“Charles Mingus” è un’opera fondamentale sia perché per la prima volta in Italia viene analizzata l’opera mingusiana alla luce di un quadro culturale e antropologico americano ma soprattutto perché è un libro che appassiona e incuriosisce il lettore nonostante le diverse ostilità e parti tecniche che si incontrano durante il percorso di lettura. Ma la difficoltà di comprensione di alcuni passaggi oggettivamente difficili non deve scoraggiare il lettore che, sicuramente, rimarrà estasiato dalla bravura di Zenni nell’affrontare un autore raffinato ma complesso e dalla grandezza di un personaggio che ci ha lasciato alcune pietre miliari come “The Black Saint and the Sinner Lady” e che ha anticipato diverse tendenze grazie alla sua intelligenza musicale e ad un’energia creativa mai esaurita nel corso della sua carriera.
Il saggio di Stefano Zenni, quindi, non è una biografia patinata ma un punto di riflessione, un’opera didattica che strizza l’occhio al musicista e ai fan di Mingus ma che non trascura affatto i neofiti ponendo, infatti, a corollario del testo una bibliografia introduttiva all’artista, una bibliografia, una discografia selezionata e una videografia.
La collana “New Jazz People” della casa editrice Stampa Alternativa riesce ancora una volta ad offrire un saggio importante che supera sicuramente le aspettative del lettore introducendolo in un universo sospeso tra composizione e scrittura, musica contemporanea e jazz, dove la musica si fa portatrice di valori sociali condivisibili che lega al suo percorso comunicativo.
Qui si può ascoltare una intervista all'autore del libro.

lunedì 24 maggio 2010

I concerti della settimana

Martedì 25/05/2010
ore 19,00
BOBBY MCFERRIN (link)

ore 21,00
ROSWELL RUDD & ARCHIE SHEPP - NYC - 2000 (link)

ore 22,00
STEVE LACY / ULRICH GOMPERT / MISHA MENGELBERG Live 1996 (link)

ore 22,40
RAY ANDERSON POCKET BRASS BAND ec direct au studio 15 de la RSR à Lausanne (link)

Mercoledì 26/05/2010
ore 12,30
CLAUDIA QUINTET med JOHN HOLLENBECK 4/7/2009, Jazzbaltica, Salzau (link)

Giovedì 27/05/2010
ore 20,05
MUSIKTRIENNALE KÖLN 2010 - 14. Mai 2010 aus dem Kölner Funkhaus
Guus Janssen Hollywood O.K. Pieces / Cyro Baptista & Banquet of the Spirits / Henry Threadgill & Zooid / Evan Parker Electro-Acoustic Ensemble (link)

ore 21,00
GEORGE LEWIS Conducts PMJO - "A Power Stronger Than Itself" in diretta dal Parco della Musica in Roma (link)

ore 21,00
RHODA SCOTT en direct de Roland Garros (link)

Venerdì 28/05/2010
ore 21,00
MUSICA PER ROMA: Il jazz in Italia. Dallo Swing agli anni Sessanta (link)

ore 21,00
MARIAN PETRESCU "Thrivin" - Live at Jazz Standard (link)

ore 22,02
BEN ALLISON QUARTET 11-7-2008 in het Bimhuis in Amsterdam (link)

ore 22,30
JIM HALL TRIO am Jazz Festival Basel 2010 (link)

ore 22,40
MICHAEL BRECKER with HARALD HAERTER GROUP - Willisau 1997 (link)

Sabato 29/05/2010
ore 2,00
SHEILA JORDAN Lisbon Hot Club 8/10/2008 (link)

ore 19,05
Montreux Jazz Festival, Juli 2009
GEORGE DUKE TRIO with special guest CHAKA KHAN;
MCCOY TYNER TRIO with guest performances of BILL FRISELL & GARY BARTZ (link)

Domenica 30/05/2010
ore 0,00
NDR BIG BAND, dirigé par MARIA SCHNEIDER Enregistré le 4 juillet 2009 à Salzau (Allemagne) (link)

ore 0,00
JACK DEJOHNETTE "Jazz Goes to Town" Festival 2009 Hradec Králové, Rep. Ceca - 16 ottobre 2009 (link)

ore 20,30
- TONI ALLEN OCTET
- ALICE RUSSELL
Fuego! XII. Festival di cultura e musica jazz di Chiasso (4-6 febbraio 2010) (link)

Mosaic Records pubblicherà un box set di registrazioni private di Sam Rivers

Mosaic Records, etichetta celebre per aver pubblicato numerosi box-set storicamente significativi nel corso degli ultimi 27 anni, pubblicherà il prossimo novembre una raccolta di Sam Rivers. La musica è tratta da registrazioni private che Rivers effettuò nel Rivbea Studio in un loft di New York durante gli anni '70.
Rivers ha annunciato la nuova release durante un concerto e la notizia fu confermata dal produttore della Mosaic, Michael Cuscuna. E' particolarmente adatto per Cuscuna e Mosaic essere coinvolti in questo progetto, in quanto lo stesso Cuscuna produsse la sessions che ci ha lasciato uno dei migliori documenti della scena dei jazz-loft newyorkesi degli anni '70, Wildflowers, che fu pure registrato presso il Rivbea Studio.

Ecco un video del quartetto di Sam Rivers che presenta Beatrice

mercoledì 19 maggio 2010

Stanley Jordan The Blue Note Concert

Questo è il video di un concerto dello straordinario chitarrista Stanley Jordan, ripreso live al Manhattan Center Studios il 21 marzo 1989.
La registrazione è suddivisa in tre parti, una prima parte acustica con una formazione con Kenny Kirkland: piano, Charnett Moffett: basso e Jeff Watts: drums; una parte in solo ed una parte elettrica con una formazione composta da Bernard Wright: tastiere, Yossi Fine: basso, J.T. Lewis: batteria.
Per vedere questo eccezionale documento visitate questo link.

Trilok Gurtu Band a Cormons

Sabato 22 maggio, al Teatro Comunale di Cormons alle ore 21.00, concerto della Trilok Gurtu Band
La musica del percussionista e vocalista indiano Trilok Gurtu è un ponte ideale fra la cultura orientale e quella occidentale, il cui collante è rappresentato da un’originale concezione ritmica con le radici ben salde nelle tradizioni dell’India e ramificazioni che inglobano elementi africani e jazzistici.
La sua carriera inizia negli anni '70 con un fuoriclasse del free jazz come il trombettista Don Cherry, poi lo troviamo al fianco di Ralph Towner con gli Oregon, del sassofonista Jan Garbarek ed infine entra stabilmente nella Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin. Negli anni '90 diventa ormai un imprescindibile riferimento per gli amanti della world music, ma strizza continuamente l'occhio anche al jazz ed al pop grazie anche alle collaborazioni con artisti come Joe Zawinul, Bill Laswell, Pharoah Sanders, Pat Metheny, Gilberto Gil ed il nostro Ivano Fossati.
Con la sua band presenterà l'ultimo album Massical, da lui stesso prodotto con il compositore e violinista Carlo Cantini.
La formazione è composta da Trilok Gurtu: percussioni, voce; Carlo Cantini: violino, tastiere, melodica; Andy Suzuki: sax, flauto, tastiere; Johann Berby: basso; Roland Cabezas: chitarra
Per informazioni: www.controtempo.org

Ed ecco uno splendido video della band che presenta Broken Rhythms, a Sines (Portogallo) nel 2007.

Bennie Maupin alla Casa del jazz

Questa sera alle ore 21, alla Casa del jazz di Roma, in collaborazione con l’Istituto polacco, il concerto di una leggenda del jazz, Bennie Maupin con il suo gruppo. Maupin ha suonato con grandi musicisti come Roy Haynes, Mccoy Tyner, Horace Silver, Herbie Hancock. Ha suonato con Miles Davis, registrando con lui un capolavoro come “Bitches Brew”.
Bennie Maupin, leggenda del Jazz, allievo di Coltrane, ha iniziato la sua carriera con lo studio del sassofono per poi approfondire, grazie a Larry Teal, quello del flauto, trasferendo su quest’ultimo strumento alcuni aspetti della tecnica del sax. La sua esperienza come clarinettista è iniziata nel '65, quando si è trasferito dalla California a New York dove ha iniziato a lavorare con giganti del Jazz tra cui Roy Haynes, Horace Silver, Pharoah Saunders, Freddie Hubbard, Jack DeJohnette, Andrew Hill, Eddie Henderson, Woody Shaw, Lee Morgan, McCoy Tyner e Marion Brown. Ha preso parte all’incisione degli album “Bitches Brew”, “Jack Johnson” e “On the Corner” di Miles Davis. Ha collaborato con Herbie Hancock facendo parte dei “Headhunters” e del sestetto “Mwandishi”.
Come solista Maupin ha registrato nel corso della sua carriera diversi album, tra cui “Jewel in the Lotus” nel 1974, “Slow Traffic Move Right” nel 1976, “Moonscapes” nel 1978, e “Drivind While Black” nel 1998.
A partire dagli anni '60 Maupin ha frequentato assiduamente la Polonia dove ha avviato una serie di collaborazioni con diversi musicisti. Ha inciso con il chitarrista Jaros³aw Œmietana il cd di grande successo “A story of Polish Jazz”.
Gli amici polacchi hanno fatto conoscere a Maupin la città di Zakopane, ai piedi dei monti Tatra. Lì il musicista americano ha scoperto il mondo del folclore polacco e la musica di Karol Szymanowski. Ha anche avuto modo di incontrare eccellenti musicisti (Jan Karpiel Bulecka, Hania Chowaniec Rybka e altri) e ha realizzato con loro il progetto delle variazioni jazz ispirate alla musica di Szymanowski e a quella popolare dei Tatra. Il bassista polacco Darek “Oles” Oleszkiewicz è stato invitato, insieme al batterista Michael Stephans e al percussionista Munyungo Jackson, al progetto “The Bennie Maupin Ensemble” che ha portato all'incisione del cd “Penumbra” (2006).
The Bennie Maupin Group è composto da Bennie Maupin flauto, clarinetto basso, sax tenore & soprano, Hania Chowaniec-Rybka voce, Michal Tokaj pianoforte, Michal Baranski contrabbasso, Lukasz Zyta batteria, percussioni

Ed ecco un video live del quartetto di Bennie Maupin

George Benson

Il noto giornalista musicale Ernesto Assante ha pubblicato sul suo blog Media-Trek un bel post dedicato al chitarrista George Benson:
C’è una bellissima definizione di George Benson, coniata da Ken Burns, uno dei grandi storici del jazz americano: “Se nel jazz esiste qualcuno che ha fatto quello che hanno fatto i Beatles nel pop, questo è George Benson”. E Burns ha sicuramente ragione, perché George Benson, da Pittsburg, Pensylvania, non è soltanto uno dei più grandi chitarristi della storia del jazz, ma un musicista fondamentale nel divulgare il linguaggio della musica afroamericana, fondendolo con classe e maestria inarrivabili, con il pop, il rock e la grande canzone, creando un inconfondibile “Benson Style”, che in molti hanno cercato di imitare. E’ sbagliato, come fanno in molti, definire lo stile di Benson “smooth jazz”, jazz morbido e vellutato, perché l’aggettivo tende a sminuirne l’efficacia e la forza, che invece nella musica del chitarrista americano sono determinanti.
L’esordio di Benson è tutto nel jazz, nel 1964 con Lonnie Liston Smith e Ronnie Cuber, ma già tre anni dopo, nel 1967, il chitarrista è convocato alla corte di Miles Davis:«E’ stata una scuola fondamentale, esperienza indimenticabile e formativa. Suonare con Miles è come andare all’università…», dice ridendo. Di certo Benson si “laurea” e da Davis apprende soprattutto la lezione della libertà espressiva, «la capacità di pensare alla musica e non ai generi, di muoversi liberamente all’interno di strutture sonore differenti», dice ancora, «una lezione che non ho mai dimenticato».
Benson non è un chitarrista di genere, dunque, e lo ha dimostrato in ogni parte della sua carriera, negli anni Sessanta quando prese l’intero “Abbey Road” dei Beatles e lo rilesse alla sua maniera in “The other side of Abbey Road”, solo tre settimane dopo l’uscita del disco originale, o quando, sempre nel 1969, decise di interpretare addirittura “White Rabbitt” dei Jefferson Airplane. Ma ancor più quando nel 1976 pubblicò “Breezin’”, il disco che segnò l’evoluzione definitiva del “Benson style”, stabilendo un punto di svolta essenziale per tutta la musica afroamericana.
«Quel disco è stato per me come un’illuminazione», ricorda Benson, «ho capito che quello che mi interessava era comunicare. Questo è lo scopo finale, la sfida, comunicare qualcosa, far passare sentimenti e sensazioni, ogni sera, davanti a un pubblico. E’ questo che mi tiene vivo, che non mi fa annoiare mai, che mi porta a suonare ancora oggi con lo stesso entusiasmo di venti, trenta o quaranta anni fa. Il desiderio di comunicare mi mantiene vivo e mi fa scoprire cose nuove».
Successi Benson ne ha avuti moltissimi, variando lo schema di base infinite volte, scalando le classifiche con brani come “Turn your love around” o “Gimme the night”, o scrivendo un brano, “The greatest love of all”, portato poi al successo dalla «più brava cantante del mondo», come lui stesso la definisce, Withney Houston, o ancora, come è accaduto recentemente, realizzando un album di meravigliosa classe con Al Jarreau. «Qual è il mio segreto? Amare la musica, avere una magnifica famiglia, non essere invidioso. Credo che questo mi abbia permesso di passare attraverso alti e bassi, e di poter suonare sempre quello che voglio».

Ecco un video di una bellissima versione di Take Five di Brubeck, registrata al Montreaux Jazz Festival del 1986.

Podcast - All That Jazzzzz

Le trasmissioni di All That Jazzzzz trasmesse la domenica su Radio FM Enschede possono essere scaricate in podcast in formato MP3.
Cliccando qui si può scaricare la trasmissione di domenica scorsa 16 maggio.
Questa è la playlist della trasmissione:
- Sonic Blast Bigband feat. Martijn van Iterson: Body and Soul
- Coleman Hawkins: Body and Soul
- Diana Krall: Stop This World
- Wynton Marsalis: You Don't Know What Love Is
- Lydia van Dam: Both Sides Now
- Pat Martino: The Artstring
- Marcus Miller: Tutu
- Addy Scheele's Demi-Seq: For Your Smiles Only

martedì 18 maggio 2010

Jamie Baum Quintet a Padova

Mercoledì 19 maggio al Cine Teatro Torresino di Padova, alle ore 21, concerto del quintetto di Jamie Baum, composto da Jamie Baum: flauto, Taylor Haskins: tromba, George Colligan: piano, Jeff Hirshfield: batteria, Johannes Weidenmueller: basso.
E’ folto e creativo il gruppo di leader donne nel jazz contemporaneo.
Il Centro d’Arte ha sempre voluto promuovere il loro lavoro e, dopo le apparizioni di Marilyn Crispell, Sylvie Courvoisier, Susie Ibarra, Annette Peacock, Carla Bley, Myra Melford, Nicole Mitchell, ecco un altro nome importante anche se conosciuto meno nel circuito: quello di Jamie Baum.
Originaria del Connecticut ma newyorkese di adozione, flautista, compositrice, didatta, Jamie Baum è tra le voci più interessanti della “composizione jazz” dei nostri anni. E’ un’artista molto fedele alle radici ma con uno sguardo molto vivace sulla contemporaneità. Ha studiato alla Manhattan School of Music e al New England Conservatory di Boston: nella giuria del suo saggio finale in composizione c’era Gil Evans.
Jamie Baum ha inciso quattro album come leader, esordendo con “Undercurrents” (dove la tromba era affidata a Dave Douglas), pubblicando in seguito “Sight Unheard”, “Moving Forward, Standing Still” ed il recente “Solace”. In quest’ultimo album, la vena compositiva di Jamie trova nella musica di Charles Ives una fonte di ispirazione esplicita. E il rapporto tra il jazz e la musica classica del 900 è da sempre un tema centrale per lo stile compositivo della flautista. Ma molte sono le figure che hanno influenzato la sua crescita musicale: Duke Ellington, Eric Dolphy, Roland Kirk, ma anche Joni Mitchell, Stevie Wonder, i Jethro Tull.
Accanto alla sua carriera come artista, Jamie Baum organizza molte attività didattiche, workshop, jazz clinics ecc., è insegnante incaricata alla Manhattan School of Music e presso il dipartimento jazzistico della New School University.
Gli elementi del suo quintetto sono tutti riconosciuti eccellenti solisti della scena attuale.
Il trombettista Taylor Haskins, che sostituisce per questo tour Ralph Alessi, è stato nominato dal DownBeat uno dei "25 trombettisti del futuro"; è anche parte dei progetti di Dave Holland, Guillermo Klein, Richard Bona e Andrew Rathbun.
George Colligan è pianista di gran pregio e polistrumentista; molto richiesto da più parti, è stato pianista nei gruppi di Cassandra Wilson, Don Byron, Lonnie Plaxico. Il bassista Johannes Weidenmueller ha suonato, tra gli altri, con Hank Jones, Ray Barretto e Joe Lovano, mentre il batterista Jeff Hirshfield è stato diverse volte accanto a Fred Hersch, John Abercrombie, John Zorn ed è tra i percussionisti più richiesti a New York.

Ecco un video di Jamie Baum che presenta Solace.

Nikki Yanofsky conquista New York

Il sito del New York Magazine ha pubblicato recentemente un articolo sulla nuova, giovanissima e sensazionale cantante canadese Nikki Yanofsky, una ragazzina sedicenne che ha conquistato i difficili critici newyorkesi grazie ad una strepitosa recente performance al Dizzy's Club Coca-Cola al Lincoln Center.
Il suo primo album in studio, intitolato Nikki, pubblicato dalla Decca Records, ha già scalato tutte le più importanti classifiche discografiche americane e canadesi e per lei già si sprecano i paragoni illustri; in particolare grazie al suo modo di cantare in scat mostra profonde affinità con la leggendaria Ella Fitzgerald.
Prodotto da Phil Ramone l'album presenta nuovi arrangiamenti di classiche canzoni jazz ed alcuni pezzi originali della Yanofsky.
As soon as Nikki Yanofsky sits down at the table in Dizzy’s Club Coca-Cola, Jazz at Lincoln Center’s imperial spot overlooking Central Park, she takes the menu, says she’s starving, warns that she doesn’t have good table manners (“You’ll see: I can make crumbs out of apples”), announces that she’ll want dessert, and otherwise yaks away. “I know, I talk very fast,” she declares. “I call it ‘Nikkanese.’ That’s how I do my scatting.”
Scatting—singing nonsense syllables to jazz music—doesn’t usually appear in the lexicon of a girl who just turned 16. But Yanofsky sounds less like a teenager than like, well, Ella Fitzgerald. That’s no exaggeration. Listen to Yanofsky’s rendition of Fitzgerald’s famous scat “Airmail Special” (when it was recorded for a 2007 Verve Records tribute album, Yanofsky became the youngest artist ever to appear on the label) or to her first full-length album, Ella … Of Thee I Swing: The tracks sound as if they were recorded by an artist 30 years older—60 years ago.
Anyone watching the opening ceremonies of the Vancouver Olympics got a sense of this when Yanofsky belted out a jazzed-up version of “O Canada.” That was the only time since she began performing in 2006, she claims, that she has ever really been nervous. “I was shaking,” she says. “I said to the guys who were with me, ‘In five seconds, the whole world will know who I am.’ Afterward, I cried for twenty minutes, I was so overwhelmed. My whole life changed.” Now she is preparing for her Stateside launch. Yanofsky’s first U.S. album—Nikki, a mix of standards like “I Got Rhythm,” as well as new numbers she co-wrote—will be launched here at Dizzy’s on May 4. It will be followed, in June, by a PBS special called Nikki Yanofsky: Live in Montreal, her hometown.
A perky, astonishingly talented Quebecois import with a voice like a velvet clarion: We have been here before. Like Céline Dion, Yanofsky can belt, croon, and purr, flawlessly. But there is something immediately disarming, almost puppyish, about Yanofsky, even as her musical taste is more sophisticated (or less Vegas) than Dion’s. In any case, she steers away from any direct comparisons. “I don’t know her,” Yanofsky says of Dion, “but we have met, and she’s the nicest girl.”
Although Yanofsky’s father plays the piano and has a band, and her mother calls herself a “closet singer,” they owned just one jazz record, Ella and Louis, the 1956 album pairing Fitzgerald and Armstrong, as Yanofsky was growing up. Yanofsky picked up jazz at 11, when one Friday her vocal coach gave her a recording of “Airmail Special” to try. By Monday, she’d not only nailed it but also found her musical métier. She quickly became a phenom in Canada, and has attracted fans like Tony Bennett and Marvin Hamlisch. It was Hamlisch, the legendary composer-conductor-pianist, who, in 2008, brought her to U.S. stages. She sang at Carnegie Hall on her 14th birthday. (The audience sang “Happy Birthday” back. “That was a good birthday present,” she says.)
Over the last two years, Yanofsky (accompanied by her parents) has kept up a heavy tour schedule—Japan, South Korea, Turkey—all while trying to stay on top of school from afar. “I’m in grade ten at St. George’s School, and I go when I’m not on tour,” she says, which is about once a week. So far she hasn’t needed a tutor and has been able to maintain an 86 average. “My parents don’t push me; it’s because I want it so badly,” Yanofsky explains. “Music makes me feel so much, music makes me feel so good.”
Soon after the waiter clears her onion soup and macaroni and cheese, she’s bopping to the brassy sounds of the Manhattan School of Music Afro-Cuban Jazz Orchestra. Dressed in a black net top over a gray tee and white jeans, Yanofsky alternately claps, plays the table like a drum, and sits up straight to watch, occasionally twirling her curly brown hair. When the bandleader calls for audience participation, her voice rings out clearly.
Yanofsky’s new album contains strains of R&B, soul, and rock, as well as some surprise vocalese: Her version of “Take the A Train” includes a bit Yanofsky wrote about the theater and shopping, her other favorite activity (since arriving in town this morning, she’s already bought two headbands, a T-shirt, and a fancier top on a whirlwind trip through Soho). She is quick to point out that she’s not a jazz evangelist—“I’m not a jazz singer, I’m just a singer”—but when the 89-year-old Candido Camero unexpectedly joins the stage at Dizzy’s, Yanofsky is beside herself. Camero introduced the conga drum to jazz and played with Dizzy Gillespie himself. He’s now slowed by arthritis, but when his bandaged fingers start to hit the congas, his face breaks into a smile of delight.
Yanofsky pulls out her BlackBerry to take Camero’s picture. Moments later, she leans over, points to her phone, and says, “I’m letting my friends listen. They love it.”
It’s 9 p.m., and the crowd for the 9:30 set is waiting to get in. Yanofsky has one more thing in mind. Hurrying across the room, she introduces herself to the band’s drummer, Jake Goldbas, and they exchange contact information with a promise to talk about collaborating. She is only in New York for three days, and isn’t wasting any time.
Per conoscere meglio la giovane cantante potete visitare il suo sito ufficiale all'indirizzo www.nikkionline.ca

Ecco il video di Nikki Yanofsky che canta l'inno delle scorse Olimpiadi di Vancouver, intitolato I Believe

lunedì 17 maggio 2010

Marcus Miller in tour rivisita Tutu

Il celebre album di Miles Davis Tutu, pubblicato nel 1986, che prende il nome dall'Arcivescovo sudafricano Desmond Tutu, fu un punto di svolta nella carriera del trombettista. Il materiale riccamente arrangiato di questo album e del suo seguito Amandla servirono a ridefinire il sound di Davis per l'atto finale di una lunga carriera di crescita e di trasformazione. Prodotto dal bassista Marcus Miller, che era stato un membro della band di Miles quando questi venne fuori dal ritiro degli anni '80, Tutu fu ampiamente riconosciuto come uno dei grandi dischi jazz contemporanei degli anni '80 con un suono potente e una musica che sfida le categorizzazioni.
Lo stesso Miller sta per avviare un tour con il quale rivisiterà la musica di questo strardinario album. Il tour toccherà anche l'Italia nel mese di luglio, con tre tappe rispettivamente a Perugia (per Umbria Jazz) l'11, a Fano il 25 ed a Teano il 27. Miller sarà accompagnato da una formazione composta da Christian Scott - tromba, Alex Han - sassofono, Federico Gonzalez Pena - tastiere e Louis Cato - batteria.
Il sito della rivista JazzTimes ha recentemente pubblicato una bella intervista al grande bassista.
Ecco un estratto dell'intervista:
On Tutu, I hear your sound as much as I hear Miles, but the record was a collaboration and it involved lots of other people. Can you separate out what you did or is that impossible?
I can actually hear my thing because I really had started to come into my own, composition-wise especially. I remember Miles telling me, “Hey, you’re in that period, recognize it and write as much as you can, because they come and go.” He said the same thing to Wayne [Shorter] way back. I definitely hear the things I discovered harmonically that seemed to work well for Miles, for his vibe and spirit. That’s what I’m trying to do when I’m producing or writing for somebody—to find where their spirit is at and do something appropriate for them.
The record certainly has had legs and gets used for all sorts of things. Several years ago, I heard it in a play in San Francisco, where it was used as a motif to introduce a dramatic confrontation between Asian-American actors from two different generations.
I really like that it was in a story about intergenerational relationships because for me that’s what Tutu was. It was me and Miles and all his history, how was he functioning in the modern world, which was the ’80s at that time. To me, it was about Miles carrying his history forward to the ‘80s and to the streets of New York in that environment. So it’s nice that somebody maybe subconsciously picked up on that.
As big a record as it was, I’m not sure I’ve heard its influence directly on other albums. It’s as if it’s just too singular to even emulate. Have you heard any things out there that make you go, “Hey, I recognize that sound…”?
Yes, I heard a million of them, but more in contemporary jazz where you’d hear muted trumpet and ethereal chords. I heard that a lot. Most of the time it wasn’t quite it. Then in smooth jazz, they did their version of it too.
You didn’t mind though, right?
No, to me, that’s a compliment. It was beautiful. Now the hard part was when people would send me their demos, saying, “Can you help me get a record deal?” But the music [on the demo] was a version of that. I was like, dude, this exists already. You’ve got to find something new to say, which is really hard.
Is it the one record that you’re most proud of?
Yes, it definitely feels special. It was my first time sitting shoulder to shoulder with Miles and working on music that I had written for him. I had been in his band for a couple years, but this was a completely different kind of relationship and a lot of responsibility. When it was released, it was the first time for a lot of people hearing that sound, which is very familiar now, but it was a different thing at the time. You can’t recreate your first time, so, yes, this one does stand out for me.
Did you have any hesitation in doing a tribute or a revisited project? You know more than anyone that Miles wasn’t much for that sort of thing, looking backward.
They were having this huge Miles Davis exhibit in Paris in a museum. It was gorgeous. It was very well done. And they asked me at the end of the exhibit run, if I would be interested in performing Tutu in its entirety. I thought, “I’m not sure I’m excited about that and I don’t think Miles would be excited about that.” But initially when Miles passed, I didn’t feel that the attention paid to his passing was great enough. Me, being in France a lot, I saw how he was treated so much bigger over there. But America’s different. Over time, that changed some, but I wanted to do something myself for Miles. And I was thinking, “What can I do?” I thought, “You know what would be nice is if I got all these young musicians who were barely even born when Tutu came out and have them attack this sucker and change it and create something new with it.” That would be a way that Miles would be into it and would get me excited as well....
Per leggere il resto dell'intervista clicca qui.

Ecco il video di Full Nelson, ripreso Live at Billboard in Giappone il 15.9.2009

Hank Jones a Piano Jazz

In occasione del 30° anniversario della trasmissione Piano Jazz su NPR, o scorso anno Marian McPartland chiese ad alcuni dei suoi musicisti preferiti di sedere come ospite nel suo programma. La prima scelta fu Bill Charlap, un pianista che, sotto molti aspetti, rispecchia lo stile pianistico elegante della McPartland, così come la sua capacità di riprodurre praticamente qualunque tipo di jazz. La sua conoscenza del songbook americano è a dir poco enciclopedica, e il suo rispetto per la storia del jazz è evidente in ogni singola nota che suona. La McPartland e Charlap decisero che Hank Jones sarebbe un grande ospite per questo programma.
Il leggendario pianista è stato uno dei primi ospiti della McPartland a Piano Jazz nel 1979, e questo sarebbe stato un modo per riportarlo indietro di 30 anni. Come la McPartland, Jones era uno dei pochi nonagenari di jazz ancora in attività. Charlap, che ha a lungo considerato Jones un eroe al pianoforte jazz, era impaziente di scoprire le influenze che ha creato questo leggendario pianista.
Qui si può riascoltare questa leggendaria puntata

E' morto Hank Jones

Un altro grande del jazz se ne è andato, il grande pianista Hank Jones è deceduto ieri a New York all'età di 91 anni.
Jones era conosciuto per il suo tocco delicato e per la straordinaria abilità sia nel suonare delicate ballad che nel sostenere ritmi più veloci.
Jones fece il suo debutto nel 1944 a New York come accompagnatore del trombettista Oran "Hot Lips" Page all'Onyx Club sulla 52nd Street, e da allora ha pubblicato centinaia di registrazioni suonando con leggende quali Charlie Parker, Ella Fitzgerald, Artie Shaw, Benny Goodman, Coleman Hawkins, Ben Webster e Billie Holiday e suonando dal vivo nei contesti più differenti, dai locali e jazz club fino ai teatri di Broadway.
Tra gli innumerevoli premi vinti da Jones nel corso della sua carriera va segnalato il Premio Grammy alla carriera vinto lo scorso anno, oltre alla National Medal of Arts e the National Endowment of the Arts' Jazz Masters Award.
Il critico ed autore Howard Mandel ha pubblicato uno straordinario ricordo di Hank Jones sul suo splendido blog Jazz Beyond Jazz riprendendo un articolo con intervista del 2009:
Pianist Hank Jones is a courtly gentleman of the old school, who wears a coat and tie for an interview conducted in his own lodgings and is forthright about his approach to music in the 21st century.
"I try to play evenly," Jones says with genuine humility about his style, which is widely regarded as maintaining the highest standard for keyboard playing in the contemporary vernacular. "I don't take too many excursions, I don't go too far away from the melody, I don't go out in the deep water. I want the listener to understand what I'm doing. I try to stay pretty much right down the middle and yet keep it interesting."
In these efforts he has succeed magnificently, though he understates the depths he's mastered -- as well as the progressive broadening as well as continuity of what's "right down the middle" of jazz that he has established and documented in more than 450 recordings under his own leadership and with the greatest vocal and instrumental stars from the '40s through today. At age 91, Hank Jones is universally acknowledged to be what his frequent collaborator Joe Lovano calls "a treasure": a man of experience who embodies the wit, warmth, elegance, swing, sagacity, ongoing productivity and open-minded creativity we hope for from all artists and too rarely find. Besides the respect -- no, awe -- of his colleagues and international audiences, Jones has been the recipient of numerous honors, being designated a Jazz Master by the National Endowment for the Arts, given a Grammy Lifetime Achievement Award and now inducted into Down Beat's Hall of Fame.
The pianist takes this all in stride (pun intended) as befits a man who began professional life at age 13 under the esthetic sway of Fats Waller, Art Tatum, Earl "Fatha" Hines and Teddy Wilson. "I'm just trying to keep up with the other guys," he insists, those "guys" being the pianists he's known and admired. His conversation is laced with references to the late Oscar Peterson, Erroll Garner, Bill Evans Tommy Flanagan and John Lewis, as well as George Shearing, Barry Harris, Marian McPartland and diverse next-generation players. But one wonders: Who can keep up with Mr. Jones?
His schedule of bookings is the envy and would be a challenge for much younger musicians. When he sat down to talk for an hour in the comfortable but unfussy apartment he sublets in Manhattan while his home in Cooperstown, New York undergoes long-term renovations, he was in preparation for a concert in The Hague with the Metropole Orchestra. He was scheduled to perform in July in Donostia-San Sebastian, Spain, fronting his trio with bassist George Mraz and drummer Willie Jones III, as well as at the San Sebastian Jazz Festival in duet with Lovano (they issued Kids: Duets Live at Dizzy's Club Coca-Cola in 2007).
He and Lovano are performing at George Wein's reconstituted Newport Jazz Festival, and in Monterey with a co-led quartet completed by bassist John Patitucci and drummer Brian Blade. Jones is also the guest of honor at the 30th Detroit International Jazz Festival, which has built its Labor Day weekend programming around the theme "Keepin' Up with the Joneses: A nod to Thad, Elvin and Hank, and a celebration of other family dynasties."
While it's accurate to describe Hank Jones as a titan of a dynasty, and he grew up with musical parents and siblings, his status does not rest on the achievements of a family band. Rather, he is a "patriarch of the Detroit piano legacy," as the pianist Geri Allen, a fellow Detroit-area native and one of Jones' most ardent followers, puts it. Hank worked only occasionally with his younger brothers Thad and Elvin, innovators of big band composing and traps drumming, respectively, over the course of their parallel careers. They're deceased -- Thad since '86, Elvin since 2004 -- and Hank misses them, of course, speaking enthusiastically about their unique sounds. "I'd rather listen to what they do than play myself," he mentions. But Hank Jones doesn't live in the past so much as the present and foreseeable future. He knows who he is, where he's come from, what he's done and how to continue.
"You've got to live your age," he says -- wisdom that has many possible interpretations, but seems to mean to him mostly that time travels on and if we're lucky, we go with it. He's been lucky and isn't about to stop.
"It takes a lot of concentration," Jones continues, in response to a comment that he seems to be capable of every opportunity, collaboration and repertoire directed his way. "If there's any secret -- and I don't think there is -- it's certainly that: Whatever you're doing, give it 100 per cent concentration. Really focus on that thing. That's what I believe, that's what I have to do.
"I took that idea, I think, from my father, one of the most upright men I've ever known. He used to play a little guitar around the house, not professionally, but he served as a great role model. He was a clean living person. He didn't drink or smoke, and he was a Christian. I've followed his way of doing things, and it's worked out pretty well for me.
"You see, there is no magic involved in playing the piano. It takes hard work, continuous hard work. Whatever skills are involved, it's a matter of practice. You can never say reach a point where you don't think it's necessary to practice anymore. It's always necessary to practice everyday. If you can do that, then you can maintain whatever skills you have, and perhaps even increase your skills. To me, that's the only way to do it.
"That's something I learned over time. At first I hated to practice. My mother had to threaten me, saying 'Either you practice or you don't have dinner.' At that time, I practiced because I had to. I practice now because I want to. And it's been that way for many years -- a minimum of two hours a day. If I have more time I'll spend more time. If I'm working on something specific, like songs I'm going to be playing, I'll spend a lot more time. I work on technical things like scales and exercises, then combine them with the tunes I'm going to be playing that I may be learning. I can spend eight hours at the piano easily, and not even know where the time went.
"A performance depends on how much I practice. It works that way. If you want to be able to do the things you want to do, you have to practice. Then the performance comes easy. I think if you're really going to play to your best, in any style, you have to be aware of what your fingers are doing. Your fingers have to be in shape or you can't play anything. That's why it's necessary for me to practice. I feel that in order to do anything -- certainly to play my own ideas -- I have to practice. Otherwise I can't execute properly."
Per leggere il resto dell'articolo visitate questo indirizzo.

Ecco un video dell'Hank Jones Trio at the Brecon Jazz Festival in 1993, dove presenta una strepitosa versione di Recordame